Una folle corsa alla poltrona anche se tutti lo negano. La campagna elettorale per le amministrative di Taranto è anche quest’anno una sorpresa sconvolgente. Prima di tutto nei numeri: 10 candidati a sindaco e ben 1135 al consiglio comunale. Praticamente un esercito. Eppure non è la prima volta che migliaia di tarantini decidono di candidarsi. Alle consultazioni cittadine del 2012, quando Ippazio Stefàno, fu rieletto al secondo mandato, i numeri erano altrettanto spaventosi: 11 candidati alla carica di primo cittadino, ben 31 le liste e quasi mille aspiranti consiglieri comunali. Numeri che potrebbero spingere a pensare che la questione Ilva con il suo disastro ambientale e la conseguente dichiarazione di fallimento di una classe politica, abbia risvegliato un senso di partecipazione alla gestione della cosa pubblica e invece la ragione, salvo pochi casi, è semplicemente quella di cercare una sistemazione. Una sorta di commistione da brividi del “tengo famiglia” e “lo faccio per la città”.

Il Partito democratico ionico, travolto dallo scandalo Ilva nelle amministrative dello scorso anno ha certificato il disastro perdendo in tutti gli 11 comuni al voto, ora ha scelto un outsider: Rinaldo Melucci, presidente dello Ionian Shipping Consortium, il consorzio che raggruppa alcune agenzie marittime nel porto di Taranto e che aveva presentato una manifestazione di interesse per l’acquisizione di Ilva Servizi Marittimi, la società proprietaria della flotta dei Riva. Nel Movimento Cinque Stelle, alcuni esponenti del comitato “Liberi e pensanti”, organizzatore del contro-concertone del 1 maggio a Taranto, e una parte del Meetup hanno vinto le comunarie online contro lo schieramento legato all’europarlamentare Rosa D’Amato. La spaccatura rischia di pregiudicare la candidatura di Francesco Nevoli e neppure la visita di Beppe Grillo negli ultimi giorni di campagna elettorale è bastata a sanare le ferite.

Ma del resto le spaccature nel capoluogo ionico sono all’ordine del giorno: il candidato sindaco dei Verdi Vincenzo Fornaro, l’allevatore a cui furono abbattuti gli ovini avvelenati dalle diossine dell’Ilva e diventato simbolo della lotta all’inquinamento, non è l’unico esponente del fronte ambientalista: a contendere i voti della Taranto “anti Ilva” infatti ci sono Luigi Romandini, il dirigente della Provincia la cui denuncia portò all’arresto dell’ex presidente Gianni Florido, e Franco Sebastio, l’ex procuratore della Repubblica che ha portato a processo i vertici della fabbrica e la politica. Contro di lui ci sono altri due “uomini della legge”: la ex direttrice del carcere, Stefania Baldassari, e l’ex presidente del Tribunale di Sorveglianza, Massimo Brandimarte

Tornando però ai numeri della campagna elettorale è evidente che cifre così alte possano ridurre vertiginosamente la qualità media dei candidati. In alcune lista c’è di tutto: condannati, prescritti, indagati, voltagabbana, nani e ballerine. Un vero e proprio circo degli orrori. Tra tutti spicca il nome di Alfredo Spalluto, l’ex assessore ai lavori pubblici della giunta Stefàno indagato per corruzione. Candidato con la lista “Progetto in Comune” sostiene la Baldassari. E nella stessa lista c’è anche Carmela Pagliarulo: prima della presentazione delle liste aveva tappezzato Taranto con manifesti a sostegno di un altro candidato sindaco e lo slogan “non sono in corsa per una poltrona… ma per te”, ma poi qualcosa è cambiato e qualche giorno dopo i manifesti avevano la stessa foto e una lista e un candidato sindaco diversi dai precedenti. Un cambio di casacca, insomma, fatto prima di essere candidata: forse un record.

Del resto nella coalizione a sostegno della Baldassari la selezione non è andata per il sottile: la funzionaria dello Stato ha imbarcato tutti, ma proprio tutti. In nome del civismo duro e puro può vantare alla sua corte i consiglieri comunali che fino a poco fa erano agli ordini del sindaco uscente Stefano e persino quel che resta di Forza Italia e dei fittiani di Direzione Italia. Perché quel che resta? Perché a Taranto il centro-destra è praticamente polverizzato: a distanza di dieci anni è considerato politicamente responsabile della dichiarazione di dissesto e non è riuscito a esprimere in questi uno rappresentante carismatico e capace. E così ha scelto di sostenere la Baldassari che ha imposto le sue regole: “niente partiti, solo liste civiche”. Forza Italia e Direzione Italia, pur mantenendo lo stesso simbolo sono diventate “Forza Taranto” e “Direzione Taranto”: con tanti saluti all’intelligenza di chi sostiene che non sia cambiato nulla. Alla direttrice del carcere va bene così, ma guai a dirle che si tratta di una coalizione di centro-destra. Giammai.

A contendersi il “civismo destrorso” però c’è Giancarlo Cito: l’ex sindaco di Taranto e parlamentare condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Non può candidarsi a causa di questa condanna e quindi, per la l’ennesima volta ha candidato il figlio Mario puntando sul brand “vota Cito”. Il figlio, però, in un’intervista al Nuovo Quotidiano di Puglia ha ammesso “il sindaco sarà papà”. Tanti cari salute ai limiti di legge. E la possibilità che Cito (Mario sulla carta, Giancarlo nei fatti) finisca al ballottaggio come è avvenuto nel 2012 è particolarmente attuale. Dalle sue emittenti televisive e anche attraverso spazi a pagamento sulle altre emittenti locali, Cito senior lancia le sue invettive contro gli avversari, i negri, le prostitute e la gente di Taranto continua a infiammarsi.

Insomma, nella città dell’Ilva il clima è particolarmente caldo e non solo per l’epocale cambiamento ai vertici della fabbrica. Il voto del prossimo 11 giugno segnerà in modo inesorabile il futuro di un’intera comunità che forse ha smesso di sperare e pensa al proprio orticello: l’astensionismo nelle precedenti votazioni ha raggiunto persino il 50 per cento. E così le alternative nella città dei due mari sembrano ridursi a due: non andare a votare oppure candidarsi.

*aggiornato da redazione web alle 9.50