L’adesione a un gruppo mistico in cui era la preghiera, e non la medicina, a guarire. L’abbandono della professione medica nel 2008 per trasferirsi a Lourdes in attesa dell’imminente Apocalisse. Emergono nuovi dettagli sulla vita di Massimiliano Mecozzi, indagato per omicidio colposo per aver curato il piccolo Francesco, 7 anni appena, esclusivamente con farmaci omeopatici. Portandolo, secondo l’ipotesi accusatoria, alla soglia di un coma da cui non si è più risvegliato. L’uomo aveva aderito alla “setta” (come la definisce il Corriere della Sera) Roveto Ardente, nata nella parrocchia di Bobbiate, in provincia di Varese, – che aveva poi creato un gruppo anche a Pesaro guidato da Don Sandro, parroco in pensione – in cui si riteneva che fosse l’imposizione delle mani a guarire da dolore e malattie.

Nel casolare del gruppo a Rupe del Falco, Mecozzi viveva insieme alla moglie, ai quattro figli e ad altri adepti. Celebravano i matrimoni, scrive Repubblica, vestiti “da cavalieri del mondo di Camelot“, perché quello era “il nome dell’associazione costola” legata a Roveto Ardente. All’origine del gruppo, il racconto dei suoi fondatori, Piero Santini e Giannella Giovannelli, poi finiti in un’inchiesta per truffa e prosciolti nel 2011. Lei, scrive il Corriere, sosteneva di essere “guarita miracolosamente da una saldatura delle vertebre che le impediva di camminare, grazie a una benedizione che l’uomo le impartì una sera di ritorno da un incontro di preghiera presso un gruppo carismatico”. Nel casolare si riunivano per leggere brani a caso della Bibbia e interpretarli secondo il loro orientamento, convinti che per guarire bastasse imporre le mani. Il medico, scrive Varesenews, organizzava “con la famiglia e i figli lunghi rosari quotidiani che potevano arrivare a fino a 150 Ave Maria al giorno, come raccontò la sorella alla Digos di Varese“. La donna, peraltro, agli investigatori aveva spiegato i suoi tentativi per allontanare il fratello da Roveto Ardente, senza però ottenere nessun risultato.

Poi, la svolta: Giovannelli muore per un tumore nel 2005 e il gruppo si convince che tre anni dopo il mondo sarebbe finito. L’associazione quindi entra in possesso di una casa a Lourdes, che riteneva luogo di forte ispirazione religiosa, perché pianificano di lasciare tutto e di assistere da là all’Apocalisse. Il medico allora cambia vita: lascia la professione e inizia a lavorare come magazziniere, in vista del trasloco e della fine del mondo. Che, però, non arriva: Mecozzi quindi, che a Lourdes non metterà piede, dopo avere cancellato la sua iscrizione all’ordine dei medici, vuole essere riammesso. Domanda che viene accolta. Paolo Maria Battistini, presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Pesaro, specifica però che “non ha mai voluto iscriversi nell’elenco dei medici che praticano la medicina non convenzionale, come l’omeopatia. Non so – spiega – se per scelta personale o perché non aveva la specializzazione specifica”. L’uomo, poi, nel 2011 esce dal gruppo religioso e accusa i componenti prima di truffa, poi di riduzione in schiavitù. Finisce in nulla, perché il giudice, nella sentenza di proscioglimento, spiega che le donazioni al gruppo sono state volontarie e che nessuno degli adepti ha voluto trarre profitto da quel denaro.

L’inchiesta sulla morte di Francesco: il video della madre cancellatoDopo le intercettazioni in cui Mecozzi chiedeva al personale del 118 di non usare farmaci, emerge un altro importante elemento. Il medico, secondo quanto si apprende da fonti investigative, avrebbe cancellato il video che la mamma del bimbo gli aveva inviato con il telefonico il 23 maggio, qualche ora prima di chiamare i soccorsi, che ha trovato Francesco già semi incosciente, in ‘codice rosso’. Immagini drammatiche, in cui la mamma, disperata, chiedeva al medico e se non fosse il caso di far ricoverare il figlio, visto che “stava sempre peggio” e i preparati omeopatici non avevano avuto alcun effetto.

Per rintracciare quell”Sos’ e ricomporre i contenuti di tutti i messaggi e le conversazioni intercorse fra Mecozzi e la famiglia di Cagli nei 15 giorni del calvario di Francesco il pm di Urbino Irene Lilliu ha nominato oggi un consulente informatico, Luca Russo. Il perito esaminerà il pc e il cellulare sequestrati all’omeopata, e i telefonini e il pc dei genitori del bambino, indagati in concorso con il medico per omicidio colposo. Agli atti dell’indagine c’è anche la testimonianza del medico del 118 di Urbino corso a casa del bimbo la sera fra il 23 e il 24 maggio. Stando alle indiscrezioni, anche con il dottor Mirko Volpi Mecozzi avrebbe insistito per evitare il ricovero in ospedale, e per praticare al piccolo una semplice terapia domiciliare.

Volpi avrebbe risposto che il bimbo era gravissimo e andava trasportato subito in ospedale: solo a quel punto Mecozzi avrebbe ceduto, dicendo però alla mamma di fare in modo che Francesco non assumesse né antibioticitachipirina. Indicazioni anche queste disattese dal sanitario del 118. Di lì a poco però il bambino, portato prima nel nosocomio di Urbino e poi ad Ancona, sarebbe entrato in coma per l’encefalite che il 27 mattina l’ha portato al decesso, nonostante un intervento chirurgico tentato in extremis nell’Ospedale ‘Salesi’.