Alla fine è arrivata la marcia indietro. Il governo ha ritirato l’emendamento alla manovrina correttiva che stanziava 40 milioni per la ristrutturazione dei debiti dei consorzi agrari. Le opposizioni compatte – da Forza ItaliaLega e Direzione Italia M5S e Si-Possibile – avevano protestato definendola “marchetta”. E pure la Confederazione italiana agricoltori delle aree terremotate aveva parlato di “schiaffo“: “Grave che il governo, invece di sostenere il rilancio di territori ed economie fondamentali per il Paese, si impegni a foraggiare un sistema marcio“, aveva attaccato. Così, dopo un tentativo di difesa d’ufficio arrivato dal viceministro all’Economia Enrico Morando (“si tratta di un atto di coraggio dopo cinquant’anni di codardia“) l’esecutivo ha fatto dietrofront.

“Nelle manovre, con questo governo, la marchetta è sempre dietro l’angolo”, avevano attaccato i deputati grillini. “Ecco che spunta un fondo da 40 milioni per salvare i bilanci della Federazione italiana dei consorzi agrari. Mentre dall’altra parte, tanto per dire, gli enti locali restano sempre a bocca asciutta”. D’accordo Forza Italia, che aveva chiesto di concentrarsi piuttosto su “province, terremoto, fondo per le non autosufficienze e per le politiche sociali, scuole sicure”. Barbara Saltamartini (Lega) aveva minacciato ostruzionismo se l’emendamento non fosse stato ritirato. Il Movimento 5 Stelle si era anche chiesto se, nella decisione del governo di creare presso l’Ismea un fondo di 40 milioni di euro per avviare la ristrutturazione dei debiti contratti dai Consorzi agrari con le banche, avessero avuto un ruolo “gli ‘aiutini’ che associazioni come Coldiretti danno da tempo a Renzi, dal referendum del 4 dicembre alla più recente mozione congressuale”. La modifica “puzza di ‘do ut des’ sfacciato”, continuavano. “I cittadini italiani, storicamente, hanno già pagato troppo per gli sprechi di Federconsorzi”. Alla fine, il governo ha dovuto cedere.

La vicenda Fedeconsorzi è annosa: si trascina ormai da 26 anni, tra battaglie legali, ricorsi, appelli e Cassazione e ha visto opposti liquidatori, ministero e altri soggetti. E’ stato uno dei più giganteschi crac nella storia italiana (circa 6mila miliardi di vecchie lire) e la procedura fallimentare più imponente d’Europa. Il 17 maggio 1991 la Fedit, federazione che riuniva i 72 consorzi agrari provinciali italiani, gravata da 4mila miliardi di lire di debiti, fu commissariata. Dopo un vertice con l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il ministro dell’agricoltura Giovanni Goria decise il commissariamento sollevando polemiche in tutto il mondo agricolo. A gestire la Fedit, che era arrivata a controllare un’ottantina di aziende tra cui Fata assicurazioni e Banca di credito agrario di Ferrara, furono chiamati i commissari Giorgio Cigliana, Pompeo Locatelli e Agostino Gambino, che tentarono di ripianare il dissesto.

Nel luglio del ’91 per la Federconsorzi scattò la richiesta del concordato preventivo che il Tribunale di Roma accordò pochi mesi dopo. Si trattò del più grande concordato europeo, con circa 17mila creditori coinvolti. Nel corso del concordato furono ceduti pezzi del suo patrimonio (valutato circa 5.000 miliardi di lire) come la Polenghi Lombardo, marchio dell’industria alimentare. Per rilevare in blocco il patrimonio si fece largo la proposta formulata da Pellegrino Capaldo, allora presidente della Banca di Roma, che raccolse l’adesione di quasi tutti i maggiori creditori. L’operazione ottenne il via libera del tribunale e andò in porto definitivamente con la nascita della Sgr, “società per la gestione ed il realizzo del patrimonio”, nella quale tra i creditori, saliti nel frattempo a 27, figuravano anche la Fiat e l’Eni. Poi partì il processo di acquisizioni di alcune controllate della Fedit: l’Arsol del settore mangimistico, la Siapa per il settore dei fertilizzanti e il Reda, il ramo editoriale che fino al dissesto pubblicava la più antica rivista di agricoltura. Sulla vicenda, da cui sono scaturite cause civili e un lungo processo per bancarotta a carico del presidente della Sgr Pellegrino Capaldo (poi assolto in Cassazione), fu creata anche una commissione di inchiesta parlamentare.