Non sarà Nazareno bis, ma un incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi si farà. Avverrà nei prossimi giorni, a ridosso della direzione del Pd, la prima dopo il congresso. La base della riforma elettorale da cui si partirà per il confronto tra i due leader sarà lo schema proporzionale simil-tedesco, anche se di tedesco non ha quasi niente. Ma visto che il leader del Pd vuole chiudere l’approvazione della riforma entro la pausa estiva ha bisogno di una maggioranza larga e per questo vuole coinvolgere nell’intesa anche il Movimento Cinque Stelle. Operazione complicata, apparentemente, ma i Cinquestelle hanno più volte detto – attraverso Luigi Di Maio e Danilo Toninelli – di essere disposti a discutere per decidere regole condivise. Ma in quel caso l’invito è partito non dall’ex presidente del Consiglio ma dal capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato ha invitato i delegati Cinquestelle in un incontro che si terrà lunedì.

Il ritorno all’asse Renzi-Berlusconi spinge Massimo D’Alema a dire che il segretario del Pd ha stravinto le primarie anche perché “non ha detto la verità sul suo progetto: allearsi con Berlusconi. Del resto, il suo modello è House of Cards“. Per questo oggi l’ex leader dei Ds dice che la scissione del Pd non solo era “inevitabile”, ma “persino tardiva”. “Meglio prendere il 3 per cento a favore di ciò che si ritiene giusto – spiega al Corriere della Sera – che il 20 a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”. La scissione, secondo l’ex presidente del Consiglio, “bisognava farla prima”, spiega, “era matura già con il Jobs act. Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra e prima ancora agli interessi del Paese. Il renzismo non è stato che il revival del berlusconismo. Meno tasse per tutti. Bonus. Abolizione dell’articolo 18. Financo il ponte sullo Stretto. Mi stupisco che Berlusconi non si rivolga alla Siae per avere i diritti d’autore. E per due anni e mezzo si è paralizzato il Parlamento per una riforma costituzionale confusa, spazzata via dal popolo; e per una legge elettorale incostituzionale, frutto di un mix di insipienza e arroganza”. D’Alema la chiama “l’ammucchiata di forze ‘responsabili”, che gli ricorda più Razzi e Scilipoti che Moro e Berlinguer. Una parte secondo me maggioritaria del Pd vuole il centrosinistra. Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, tirerà la volata a Grillo”. Tanto più, prosegue D’Alema, che Renzi “ha imposto una legge elettorale solo per la Camera, dando per scontato che il Senato venisse abolito: ora siamo alla vigilia delle elezioni e la legge elettorale non c’è. Il fallimento del renzismo non potrebbe essere più totale”.

Intanto però c’è da passare la prima fase, l’approvazione in commissione. Oggi scadono i termini per presentare gli emendamenti e di gruppi scatenati ci sono: la corrente di Andrea Orlando, dentro al Pd, si batterà per esempio contro il proporzionale e per un sistema maggioritario stile Mattarellum. La proposta renziana “ci porta a una campagna elettorale nella quale la denuncia principale sarebbe quella di voler fare poi il giorno dopo l’accordo con Fi”. Gli emendamenti di Gianni Cuperlo confermano il Rosatellum, ma vi aggiungono i simboli di coalizione a livello nazionale, per favorire una intesa per un centrosinistra largo che coinvolga Pisapia e magari Mdp, anche se la legislatura sta finendo peggio di come si è sviluppata con Renzi (l’ultimo caso è la lite sui voucher). Alternativa Popolare di Angelino Alfano vuole che l’accordo parta dalla maggioranza di governo, mentre finora il Pd è andato per conto proprio addirittura facendo approvare il proprio testo-base, il Rosatellum, con i voti della Lega Nord e dei verdiniani

Rinnova la disponibilità ad un accordo il M5s. “Ci siederemo a quel tavolo – dichiara Luigi Di Maio – Il nostro obiettivo è introdurre correttivi di governabilità per scongiurare inciuci. Chi vince deve poter realizzare il proprio programma elettorale, per questa ragione nei prossimi giorni formuleremo una proposta ufficiale ispirata ai criteri indicati dalla Consulta, che ha riconosciuto la costituzionalità del premio di governabilità”.