Il governo italiano ha sinora difeso in tutti i modi il gruppo Fiat Chrysler dalle conseguenze del dieselgate. Anche con un report sui veicoli euro 5 pieno di buchi e omissioni. E ora il nostro Paese rischia di essere chiamato a pagarne pegno. Perché la Commissione Ue ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia, accusata – secondo quanto anticipato dall’agenzia di stampa Reuters che cita il quotidiano tedesco Handelsblatt – di aver ignorato volontariamente i dispositivi illegali di manipolazione delle emissioni (defeat device) nelle auto Fca. Sull’onda della notizia il titolo della casa automobilistica in Borsa ha aperto in calo del 2 per cento.

La procedura di infrazione si inserisce nel solco delle accuse lanciate nei mesi scorsi dal governo tedesco sull’utilizzo di dispositivi illegali su alcuni modelli euro 6 di Fca, come la 500 X. E in particolare di un sistema di “disattivazione” dei sistemi di controllo delle emissioni dopo 22 minuti dall’accensione, giusto due minuti in più della durata del test di omologazione in vigore oggi in Europa. Da questa accusa Fca si è sempre difesa sostenendo che non si deve parlare di “disattivazione”, ma di “modulazione”, e che tale modulazione è necessaria per proteggere il motore da guasti. Una posizione fatta propria anche dal nostro ministero dei Trasporti, che è l’ente responsabile delle omologazioni in Italia. Sullo scontro tra Berlino e Roma si era attivato un procedimento di mediazione della Commissione Ue che si era chiuso a metà marzo con una intesa tra Italia e Germania, i cui dettagli non sono mai stati diffusi. In quei giorni, però, la Commissione aveva fatto presente che un accordo sulla mediazione “non pregiudica il ruolo della commissione come guardiana dei Trattati”, lasciando intendere che era possibile l’avvio di una procedura di infrazione. Cosa a cui si è in effetti arrivati.

“La normativa Ue – si legge nella nota con cui la Commissione ha annunciato l’avvio della procedura – vieta l’uso di impianti di manipolazione come software, timer o finestre termiche, che conducono a un aumento delle emissioni di NOx (ossidi di azoto, ndr) al di fuori del ciclo di prova, a meno che essi non siano necessari per proteggere il motore da eventuali danni o avarie e per garantire un funzionamento sicuro del veicolo. Come la Commissione ha più volte evidenziato, questa è un’eccezione al divieto e come tale va interpretata in maniera restrittiva”. Per questo la Commissione chiede ora formalmente all’Italia di “dare una risposta alle sue preoccupazioni circa l‘insufficiente giustificazione fornita dal costruttore in merito alla necessità tecnica e quindi alla legittimità, dell’impianto di manipolazione usato e di chiarire se l’Italia è venuta meno al suo obbligo di adottare misure correttive per quanto riguarda il tipo di veicolo Fca in questione e di imporre sanzioni al costruttore di automobili”. Ora il governo ha due mesi di tempo per rispondere in modo soddisfacente, altrimenti la procedura andrà avanti con il rischio che l’Italia venga condannata al pagamento di una sanzione. Non si è fatta attendere la reazione del ministro dei Trasporti Graziano Delrio, che spiega di non condividere i presupposti su cui si basa l’avvio della procedura: “Considerato che dopo la fine del processo di mediazione, dagli uffici della commissione non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di ulteriori informazioni rispetto a quelle già fornite nei mesi precedenti, si chiede di rimandare l’avvio della procedura di infrazione in attesa di ricevere una lettera di richiesta di chiarimenti sulle questioni sollevate dai vostri uffici competenti, come concordato durante l’ultima conversazione telefonica” con la commissaria per il mercato interno Elzbieta Bienkowska.

Le strategie di Fca in campo di emissioni di ossidi di azoto (NOx), particolarmente dannose per la salute, finiscono dunque di nuovo sotto accusa come quelle della Volkswagen. In Europa, come negli Stati Uniti, dove a muoversi contro il gruppo italo americano è stata l’Agenzia per la protezione ambientale americana (Epa). Il tutto mentre in seno al Consiglio dell’Ue gli Stati membri stanno discutendo della riforma del sistema europeo di omologazioni e controlli sulle emissioni inquinanti, con il rischio che le misure chieste dall’Europarlamento per evitare futuri dieselgate vengano annacquate. “La procedura di infrazione contro l’Italia – dice Veronica Aneris, delegata per l’Italia della federazione europea delle ong ambientaliste Transport and Environment – dimostra ancora una volta l’urgente necessità dell’introduzione di una maggiore vigilanza a livello europeo del sistema di rilascio delle omologazioni nazionali, in particolare conferendo alla commissione europea il potere di effettuare test su strada, audit indipendenti delle autorità di omologazione e la possibilità di prendere direttamente misure correttive. Oggi la Commissione Ue può solo indire una procedura di infrazione, che ha tempi lunghissimi e costi elevati. Auspichiamo che la riforma dia alla Commissione anche il potere di multare direttamente le case automobilistiche che barano sui test, cosa che alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, stanno contrastando”.

@gigi_gno