Imposizione di mazzette e di manodopera nella società mista Fata Morgana che si occupava della raccolta differenziata dei rifiuti nel Comune di Reggio Calabria e in altri Comuni della provincia. È scattata alle due di stanotte l’operazione Trash contro la cosca De Stefano. Il provvedimento di fermo emesso dalla Dda è stato eseguito dalla squadra mobile, guidata da Francesco Rattà, che ha arrestato il boss Orazio Stefano, fratello del boss don Paolino ucciso nel 1985 all’inizio della seconda guerra di mafia.

Con lui in carcere è finito il nipote Paolo Rosario De Stefano, già Caponera, figlio del boss defunto Giorgio De Stefano. Tutti e due già latitanti in passato: il primo era stato catturato nel 2004 dopo sedici anni di latitanza. Scontata la sua pena, da qualche anno era ritornato nella sua Archi, quartier generale della cosca e teatro della mattanza da quasi mille morti ammazzati nella seconda metà degli anni ottanta. E sempre ad Archi era ritornato dopo un lungo periodo di carcere anche Paolo Rosario che, da latitante, era stato arrestato in Sicilia.

Con i De Stefano sono finiti dietro le sbarre pure Paolo Caponera, Giuseppe Praticò e Andrea Saraceno, l’ex dipendente del comune e un tempo responsabile dell’autoparco dove la Fata Morgana teneva i mezzi per la raccolta dei rifiuti. I pm della Dda Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, coordinati dal procuratore capo Federico Cafiero De Raho, hanno utilizzato le dichiarazioni dell’ex direttore tecnico della società mista Salvatore Aiello, oggi collaboratore di giustizia.

È stato lui a ricostruire come la Fata Morgana di fatto era infiltrata dalla cosca De Stefano così come le altre due municipalizzate (Leonia e Multiservizi) già coinvolte in altre inchieste antimafia.
Aiello, infatti, ha raccontato che la società mista (il cui 51% era di proprietà di alcuni enti locali) ha pagato, a partire dal 2002, una somma di 2.000 euro per ciascuna commessa e, dal 2005, versava 15mila euro alla cosca De Stefano che, ai dirigenti della Fata Morgana, ha imposto anche l’assunzione di almeno sei soggetti tra cui Giuseppe Praticò. Sfruttando la sua posizione di dipendente della società, Praticò ha svolto il ruolo di “portavoce privilegiato” degli interessi della cosca.

Chi si occupava del business dei rifiuti era il boss Orazio De Stefano che, – ha spiegato il questore Raffaele Grassi – era riuscito ad “intercettare ingenti risorse pubbliche. L’operazione di oggi è l’ulteriore affermazioni delle istituzioni sulla ‘ndrangheta”. “Orazio De Stefano è ritenuto il vertice di una linea di comando che riconosce nel nipote Giuseppe De Stefano (in carcere al 41bis) il capo della cosca” è il commento della capo della mobile Rattà secondo cui i De Stefano “hanno spolpato la società fino al fallimento avvenuto nel 2012″.

Subito sotto Orazio, c’era il nipote Paolo Rosario, coordinatore della famiglia mafiosa, che aveva il compito di gestire i profili esecutivi dell’infiltrazione mafiosa della Fata Morgana. Era quest’ultimo, infatti, che minacciava l’allora direttore tecnico Aiello e riscuotere i soldi delle mazzette assieme al cugino Paolo Caponera. Tutte le rivelazioni del pentito sono state confermate dalle intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dalla squadra mobile che, nel corso delle indagini, ha scoperto come i De Stefano sarebbero stati la “chiave” per risolvere qualsiasi difficoltà “ambientale” sorta nell’ambito del territorio in cui operava l’azienda. La società mista raccoglieva i rifiuti di ben 18 comuni e questo fa comprendere l’autorevolezza della cosca di Archi anche in zone non di sua competenza e nello sfruttare pure l’indotto del settore rappresentato principalmente da ditte specializzate nella fabbricazione e manutenzione dei mezzi della raccolta dei rifiuti.
Resta fuori da quest’inchiesta, al momento, la parte dei verbali del pentito Aiello che ha raccontato come anche alcuni politici locali siano stati coinvolti nell’affaire Fata Morgana e, al pari dei De Stefano, imponevano le assunzioni.