L’algerino di Rue Myrha vende uova e galline. Il sabato mattina, giorno di mercato, vengono da tutta Parigi per comprare i suoi prodotti freschi. Dietro la vetrina si vedono gli animali che scorrazzano in un recinto di legno: i clienti entrano e scelgono direttamente la poulette che porteranno a casa. Il giorno della vigilia del voto nel quartiere africano della Goutte d’Or, uno degli angoli più multiculturali della capitale francese dove convivono musulmani, ebrei e cattolici, è un giorno identico a tutti gli altri. E la politica è solo uno dei tanti argomenti di discussione, mentre si aspetta l’ora della preghiera alla moschea. “Io dico sempre che siamo tutti nello stesso zoo, ma non condividiamo la stessa gabbia”, dice Ahmet mentre pulisce il pavimento tra un cliente e l’altro. C’è un odore forte dentro il suo negozio, quasi di stalla: gli amici entrano e si fermano giusto il tempo di fare due chiacchiere. “Questo è il mio lavoro del weekend. Durante la settimana faccio il conducente di auto private e so di cosa parlo: vedo ogni giorno persone importanti. Noi siamo una cosa diversa rispetto a loro, siamo la classe operaia. Non si stupiscano se qui le persone se ne fregano del voto. Quando ci sono le elezioni significa che sta tornando il potere”. Ahmet vive da 30 anni in Francia, ma domenica non voterà perché non ha ancora la cittadinanza. Non l’ha mai chiesta. “Io sono uno straniero. Se no avrei scelto Jean-Luc Mélenchon. Qui ne parlano tutti”. Lo dice avvicinando la mano alla bocca, ma uno dei suoi clienti lo sente e si mette a ridere. “Ma che cosa dici? Io parlo con le persone tutto il giorno e ti assicuro che l’80 per cento dei francesi andrà a votare per Marine Le Pen. E infatti questo quartiere non è la Francia”.

La Goutte d’Or vive di alti e di bassi, di lunghi periodi di oblio pur stando ai piedi di Montmartre, proprio dove la vedono tutti, e di momenti in cui ripiomba nelle pagine di cronaca nera. I giardini pubblici sono un noto centro di spaccio di droga che a febbraio scorso ha fatto scandalo per la presenza di adolescenti che sniffavano colla. In silenzio però è anche diventata la zona dove nascono bar ed enoteche tra le più ricercate dai francesi e centri culturali (primo fra tutti l’Institut des cultures de l’Islam) che la rendono un esempio di integrazione di qualità. In questo quartiere si è trasferita Ainka, che ha 40 anni e vende tessuti africani in un negozio che è riuscita ad aprire solo quattro anni fa. Viene dal Camerun e quando sono le 2 del pomeriggio si ferma a mangiare riso e pollo in una vaschetta che si è portata da casa. “Non ci vado a votare. Almeno non al primo turno. Noi siamo francesi, ma non ci trattano da francesi”, dice fissando il figlio che la ascolta in silenzio. “Avete seguito il dibattito? Io tutto. E non ho sentito una sola parola sugli africani, quando siamo noi che finanziamo il Paese e le elezioni. Noi stranieri siamo la loro ricchezza. Ma non importa a nessuno. Si chiama emarginazione sociale”. Mentre parla Ainka alza la voce: “Si battono contro l’immigrazione, ma sono loro che la provocano venendo a distruggere i nostri Paesi d’origine. Marine Le Pen? Ha ragione, dice la verità: siamo troppi e lo Stato non riesce ad aiutarci. Che ci rispedisca tutti a casa così faremo la rivoluzione nelle nostre terre d’origine”. La leader del Front National non ha molto rispetto nella zona. Ma xenofoba non è l’aggettivo che usano per definirla. “La Francia non è razzista”, chiude Ainka, “è il sistema che è razzista e non permette a tutti di avere le stesse possibilità”.

Nella Rue Myhra sorge anche la moschea dove nel 1995 venne ucciso l’imam Abdelbakhi Saraoui dopo essere stato minacciato da gruppi estremisti di non voler esportare la jihad in Francia. Una vecchia storia che ricorda bene Mamoud, lui che già ai tempi viveva nella zona. Ora gestisce un bazar di libri di preghiera e vestiti: “Qui non vendiamo manuali per sparare con il kalashnikov”, dice mettendosi a ridere. “La verità è che i francesi vogliono spiegarci come essere musulmani. Vogliono dettare il nostro culto e così non si va da nessuna parte. Questo Paese non ha mai superato il suo fardello di essere stato un impero colonialista. E ancora siamo giudicati per la nostra nazionalità”. Mamoud, di origini algerine ma si dichiara francese prima di tutto, domenica voterà per il socialista Benoit Hamon e lo farà per la sua visione di economia e cultura: “Senza dimenticare lo spirito di tolleranza e convivenza che lo anima. Mi piace per questo motivo”.

Il diretto concorrente di Mamoud è al di là della strada. E’ un bazar gestito da una famiglia del Mali che vende copie del Corano insieme a spezie e verdure. Nel retrobottega una parete di annunci, dalla lezioni di inglese agli affitti di stanze. Il sabato mattina al bancone c’è Bakari che è anche il figlio del proprietario: “Domenica metterò nell’urna la mia bella scheda bianca: devono sapere tutti che ci sono, ma che non credo in questo sistema”. Mentre parla entra il vicino che gli lascia un pacco da consegnare a un amico che passerà nel pomeriggio: “In questo quartiere siamo abituati a vivere gli uni a fianco degli altri, ci rispettiamo e va bene così. Ma i potenti si ricordano di noi? Siamo a una via di distanza da Montmartre, dai turisti e dal bling bling del lusso e per loro è come se non esistessimo”. Fara mette dentro la testa e chiede di un’amica che non trova e che non risponde al telefono. Anche lei viene dal Mali e vive in Francia da 30 anni: “E’ sempre più difficile vivere qui, che è anche la nostra terra. I miei figli non trovano lavoro perché hanno la pelle nera. Io sono musulmana e da quando ci sono stati gli attentati sento che tutti mi puntano il dito contro. Ma cosa c’entra la religione? Quelli sono dei criminali che nemmeno andavano a pregare”. Voterà Fara per un candidato di cui non vuole parlare “perché è un segreto”, dice toccandosi il cuore. E poi alza gli occhi al soffitto: “Vedremo quello che succederà”. La terza cliente è una anziana signora parigina che nel quartiere vive da 50 anni e che si scalda più degli altri quando è il suo turno: “Per me i socialisti possono anche rimettersi il cappotto e andarsene. Io non credo che la Francia sia razzista. In questo quartiere io sono sempre stata bene e i miei vicini me lo hanno promesso: nessuno ti toccherà mai un capello”.

In Rue Myhra per molti il voto è un momento importante: lo Stato ti chiama e tu hai la possibilità di dire quello che pensi. E anche non farlo è un gesto che farà rumore, almeno nelle loro teste. All’Alimentation Générale all’angolo ne hanno parlato tutto il pomeriggio: “Io vado”, dice solennemente il proprietario. “Non vedete in che condizioni di malattia viviamo? Non possiamo stare a casa”. Il nome del candidato della provvidenza però, non lo pronuncia nessuno.