Veleni sul candidato sindaco di Palermo, accuse contro i consiglieri regionali che hanno collaborato con i magistrati, polemiche persino in direzione di Beppe Grillo. E alla fine il leader del Movimento 5 Stelle reagisce chiedendo nuove sanzioni nei confronti dei deputati nazionali Riccardo NutiGiulia Di Vita e Claudia Mannino. Sospesi dal M5s dopo essersi avvalsi della facoltà di non rispondere davanti ai pm, i tre parlamentari sono tra i 14 destinatari della richiesta di  rinvio a giudizio depositata dai magistrati della procura di Palermo titolari dell’inchiesta sulle firme false depositate nel 2012 nel capoluogo siciliano.

“In seguito alle dichiarazioni dei portavoce sospesi dal Movimento 5 Stelle Nuti, Mannino e Di Vita riportate dai giornali, in cui viene attaccato il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle a Palermo e in cui vengono fatte considerazioni sulla magistratura che non coincidono con i nostri principi, verrà chiesto ai probiviri di valutare nuove sanzioni oltre a quelle già applicate. Ho anche chiesto ai capigruppo del Movimento 5 Stelle di raccogliere le firme dei parlamentari necessarie per indire la votazione dell’assemblea dei parlamentari per procedere anche alla sospensione temporanea dal gruppo parlamentare dei sospesi, fino a che sarà in vigore la loro sospensione dal Movimento 5 Stelle come già stabilito dai probiviri”,  scrive Grillo sulla sua pagina facebook. È la prima volta che il fondatore del M5s interviene sulla situazione personale degli indagati nella vicenda sulle firme false. E lo fa scagliandosi contro una delle componenti della faida palermitana: quella che fa capo all’ex capogruppo alla Camera Nuti.

Adesso dunque i tre deputati saranno con tutta probabilità sospesi anche dal gruppo parlamentare dei 5 Stelle, dopo essere già stati sospesi dal Movimento. Il motivo? Le dichiarazioni rilasciata alla stampa, soprattutto quelle al Corriere della Sera. Un’intervista in cui l’ex capogruppo M5s alla Camera Nuti, alla domanda sui suoi rapporti con  Grillo, ha detto di non avere “nulla da dirgli, se non quello che gli abbiamo sempre detto e che lui non sente”. Cioè? “Decidendo in una prima fase di non rispondere ai pm, ci siamo avvalsi di una facoltà prevista dal Codice. Fatte le indagini, un mese fa, ci siamo sottoposti a interrogatorio e saggio grafico, depositando due memorie per spiegare la montatura ben organizzata nel Movimento”. E da chi sarebbe organizzata questa montatura? “Da chi poi ha lavorato alla designazione dell’attuale candidato a sindaco di Palermo, Ugo Forello“. L’obiettivo di Nuti, dunque, è sempre lo stesso: l’ex fondatore di Addiopizzo ora aspirante sindaco del capoluogo siciliano per i pentastellati.

“Lo staff, in autunno, ci chiese un parere – continua Nuti sempre sul giornale di via Solferino – E definimmo inopportuna la candidatura di Forello- da noi attaccato in Antimafia, nel giugno 2014″. Oggetto dell’attacco sarebbe stato “un conflitto di interessi simile a quello della Boschi per Banca Etruria. Da avvocato – prosegue il parlamentare – (Forello, ndr) difendeva i commercianti con Addiopizzo, ma con la stessa organizzazione chiedevano i risarcimenti e stavano nella commissione ministeriale che assegnava i risarcimenti”.  Solo l’ultimo attacco da parte di Nuti al candidato sindaco di Palermo del M5s, dopo che lo stesso Forello era finito indagato per alcune settimane dalla procura per “induzione a rendere dichiarazioni mendaci”. Indagine che era stata aperta d’ufficio dopo il deposito di esposto da parte degli stessi parlamentari nazionali pentastellati. Secondo Nuti, Mannino e Di Vita, autori della denuncia, Forello avrebbe imbeccato i “pentiti” dell’inchiesta sulle firme false, e cioè gli indagati che hanno confermato la copiatura delle sottoscrizione. L’indagine ai danni dell’avvocato pentastellato, però, è stata rapidamente archiviata dalla procura palermitana. Quella sulle firme false, invece, procede spedita verso un possibile processo. Ma non solo.

Perché nel day after della richiesta di rinvio a giudizio Nuti, Di Vita e Mannino si sono esposti duramente anche nei confronti dei due consiglieri regionali che hanno collaborato all’inchiesta: si tratta di Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca, che dal Movimento si sono autosospesi dopo aver collaborato con la magistratura, ammettendo le proprie responsabilità nella vicenda della ricopiatura delle firme. “Ha ragione Luigi Di Maio, – dicono i tre – le espulsioni dal Movimento 5stelle conseguono alla condanna in primo grado. Tuttavia, i deputati regionali della Sicilia Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio dovrebbero essere espulsi dal Movimento, in quanto hanno confessato d’aver partecipato alla vicenda delle firme per le ultime comunali di Palermo. Che abbiano assunto il ruolo di accusatori non elimina le responsabilità penali che i due hanno ammesso, apparendo all’opinione pubblica come paladini e dunque estranei”. In pratica i deputati sospesi de imperio dal Movimento – e probabilmente presto anche dal gruppo parlamentare – per essersi avvalsi della facoltà di non rispondere chiedono l’espulsione dei consiglieri regionali che invece hanno risposto alle domande dei pm. “È un’ovvietà – insistono  – loro sono colpevoli per ammissione, noi ci proclamiamo innocenti, convinti di provare la nostra totale estraneità ai fatti e anche il nostro agire secondo i principi del Movimento”. Grillo, però, sembra pensarla diversamente.