“Il mondo osserva aspettando un cambiamento da parte dell’amministrazione degli Stati Uniti. Ma come abbiamo sentito dire da Rex Tillerson, segretario di Stato Usa, e dall’ambasciatrice all’Onu”, la priorità di Washington non è più “far uscire di scena Assad ma la liberazione di Raqqa”. Lo scrive Randa Takeddin, sulle pagine di al Hayat – quotidiano panarabo con sede a Londra – domandandosi se “può essere logica la decisione di concentrarsi sulla liberazione di Raqqa dai terroristi dell’Isis ma lasciando il terrorismo del regime libero di distruggere il paese sotto la supervisione russa e iraniana, che provoca la fuga di milioni di siriani che vengono umiliati nei paesi ospitanti?”. La giornalista sottolinea come sia proprio “la violenza e la brutalità che Bashar al Assad ha usato per rimanere al governo ad aver portato alla nascita dell’Isis”.

A tenere ancora banco però è il cambiamento della posizione americana riguardo alla crisi siriana. Per Rosana Bumunsif, che scrive sul quotidiano libanese An Nahar, il dietro front Usa è coerente con quello che “Donald Trump aveva detto durante la campagna elettorale, in cui aveva sottolineando la volontà di cooperare con la Russia nella lotta all’organizzazione dello Stato Islamico in Siria, consapevoli del supporto che Mosca avrebbe dato a Assad per rimanere al potere”. Questa correzione diplomatica, spiega Bomunsif, “si è aggiunta al convincimento di non voler impegnarsi in una guerra in Siria contro la Russia e l’Iran, insieme al fatto che molti paesi non vedono nel caso di una uscita di scena di Assad una reale alternativa”. Ciò infatti “richiama all’esperienza della Libia e a quello che è successo dopo Gheddafi”. In mancanza di opzioni “un governo dell’esercito è la migliore alternativa fra le opzioni” della diplomazia.

Un parallelo fra San Pietroburgo e Khan Sheikhoun. Su questo si concentra, invece, l’articolo di Mashary al Thaidy, sulle pagine di al Sharq al Awsat, quotidiano saudita. “A distanza di poco tempo dall’attacco a San Pietroburgo, in cui sono morte decine di persone, Khan Sheikhoun, località nel nord della Siria, è stata colpita da gas chimici che hanno causato la morte di 58 persone. Tutto il mondo civilizzato condanna, unito, quello che è avvenuto a San Pietroburgo. Mentre per Khan Sheikhoun ‘tutto’ il mondo condanna unito e con forza?” si domanda il giornalista, alludendo alle polemiche.

Diametralmente opposta è la visione proposta da al Mayadeen, sito in lingua araba finanziato dall’Iran, “Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia stanno presentando una risoluzione al consiglio di Sicurezza che condanna l’uso di armi chimiche nell’attacco condotto a Khan Shaikhoun. Nel testo viene chiesto al governo siriano di fornire i nomi dei piloti e i dettagli dei piani di volo, insieme a tutte le informazioni riguardo alle operazioni militari. Questo minacciando di applicare le sanzioni presenti nel capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite”. Il sito parla di “minaccia” rivolta a Damasco. Mentre Al Akhbar, quotidiano libanese vicino al partito sciita Hezbollah, è più esplicito. “L’attacco di ieri è una occasione dorata per l’occidente di ostacolare ogni riassetto con Mosca e Damasco, nonostante il recente “cambiamento” mostrato dalla Casa Bianca”.