“Mi chiese di urinare sui cadaveri ammassati nel bagno”. Mazen AlHummada, nato quarant’anni fa a Dar Al Zour, città siriana al confine con l’Iraq, ha lo sguardo fisso mentre ricorda la sua prigionia nella carcere siriana del Mezzeh, a Damasco. “Quando vidi la faccia del mio torturatore contro la mia che mi chiedeva di compiere quel gesto, provai una paura indescrivibile. Mi pietrificai. Poi, cominciò a girarmi la testa. Perché Dio mi lasciava ancora in vita: non potevo anch’io morire e venir gettato in un bagno come quei corpi?”.

L’appuntamento con Mazen è a Milano, in una pizzeria semideserta poco distante dal suo albergo perché non può camminare molto. “Mi hanno bastonato con ferri roventi sulle gambe e questo è il risultato”, racconta. Mentre siamo ancora in piedi in attesa del tavolo, incurva ancora di più la schiena, regalo lasciatogli addosso da una seduta di tortura. In Siria, nel 2011, “sono stato arrestato due volte perché ero andato a manifestare. In entrambe le occasioni, la prigione è stata una passeggiata: solo calci e bastonate”, spiega. Per uscirne in piedi bastava la promessa all’ufficiale di non “prendere più parte alle manifestazioni dei terroristi, così ci chiamavano le autorità”. E precisa: “Noi volevamo, allora come oggi, un Paese per tutti i siriani”. Il volto scarno e scuro mette ancora più in risalto gli occhi grandi, che trasmettono una profondità rara.

torture-siria-internaIl terzo arresto avviene nel 2013, a Damasco. “Un amico nei servizi aveva avvisato mio fratello che il mio destino era stato segnato. Mi sarebbero venuti a prendere a casa a Dar Al Zour. Allora sono fuggito nella capitale”. Dove, racconta fiero, “mi sono dato però da fare per aiutare la popolazione raccogliendo aiuti umanitari. Dopo poco, mi contatta una dottoressa dei sobborghi che ha bisogno di latte…”. Mazen interrompe il racconto ed esce dal locale. “Devo fumare una sigaretta. Fumo due pacchetti al giorno”. Aspettiamo, circondati dai pochi clienti che guardano distratti la partita di calcio.

Quando ritorna ha le lacrime agli occhi. Si asciuga, cercando di nascondersi allo sguardo altrui, e prosegue: “L’appuntamento era in una caffetteria. Ho portato i miei due nipoti. Avevamo il latte in polvere nascosto in due valigie. L’abbiamo consegnato e la dottoressa ci ha ringraziati. Poco dopo sono entrati gli uomini dei servizi e ci hanno arrestati”. Mazen si alza e con il corpo mima il momento in cui gli uomini dei servizi lo hanno fatto entrare nel bagagliaio della macchina: siede a terra e si mette in posizione fetale, le gambe strette al petto.

Bendati, vengono fatti scendere, fra botte e insulti. Spogliati, rimangono in slip. “Intorno a me c’era altra gente: percepivo i corpi degli altri e le loro voci. Ci hanno spinti verso il centro di un luogo aperto, forse un piazzale, e hanno cominciato a picchiarci con bastonate per almeno due ore”. Ma quel momento, ricorda mentre mangia una pizza ai funghi, non è stato nulla rispetto all’interrogatorio: “Dopo settimane, in cui nessuno mi aveva detto nulla, mi chiamarono. Durante quel tempo, nella cella collettiva, 12 metri di lunghezza per 7 di larghezza, condivisa con 170 persone, avevo saputo da altri dov’ero”. Mazen si alza dal tavolo e, sotto lo sguardo della cameriera che non capisce cosa stia facendo, si piega sulle ginocchia, mette le mani dietro alla nuca e guarda per terra: “Ci facevano camminare sempre così quando uscivamo dalla cella”, dice e fa qualche passo camminando in quella posizione sotto gli sguardi incuriositi degli altri clienti.

“Entrai in una stanza. L’ufficiale seduto dietro alla scrivania, mi disse solo: ‘Vado a fumarmi una sigaretta. Fra cinque minuti torno e devi confessare tutti i tuoi crimini’. Quando è tornato, ho detto che non avevo commesso nessun crimine dei quali ero imputato: traffico d’armi, lotta armata e terrorismo. Tutti puniti con la morte”. Mazen prende la tovaglietta di carta, toglie il piatto e il bicchiere in cui aveva versato la Coca Cola e comincia a disegnare la struttura del carcere dove era stato rinchiuso, almeno quella parte che è riuscito a vedere. Traccia i contorni della zona, situata al centro del carcere, chiamata “piazza della tortura”. “Un ampio spazio – spiega – all’aperto dove ammassavano la gente”. Lì c’era una piccola costruzione e “mi hanno appeso a un muro esterno, legato con catene di ferro ai polsi, sollevandomi di 40 cm da terra. Mi hanno lasciato sotto il sole cocente per ore. Non respiravo. Poi, per non farmi urlare, mi hanno infilato una ciabatta in bocca mentre mi picchiavano con bastonate. Altri mi colpivano con ferri roventi alle gambe”.

Ma la tortura peggiore è stata quando “mi hanno stretto i genitali e mi hanno sodomizzato con una staffa di ferro”, racconta mentre pare rivivere quel momento, “doloroso e umiliante”. E cambia discorso, racconta della tortura del bagno. Sempre piegati sulle ginocchia, mani sulla nuca e sguardo basso “ci facevano uscire due volte al giorno, ogni dodici ore, per andare in bagno a gruppi di dieci o venti. Avevamo un minuto, non di più: pena la morte. Ma fuori dalla cella, ad attenderci, c’erano due ali di uomini della sicurezza con spranghe e dovevamo passare in mezzo per dirigerci ai gabinetti. Ci colpivano. Chi cascava veniva soccorso dagli altri o lasciato a morire”.

La morte è qualcosa a cui Mazen si è abituato. Infatti “morivano almeno due persone al giorno dall’asfissia e le condizioni igieniche nella cella. A turno, dovevo tirare fuori i corpi e gettarli nell’angolo della spazzatura. Noi, ci dicevano i carcerieri, valevamo meno di quei rifiuti”.

Un giorno il capo del carcere fa visita alle celle: “Quando tocca alla nostra tutti si alzano, io no: non riuscivo a mettermi dritto a causa delle ferite e dei dolori della tortura”. L’ufficiale guarda Mazen, gli chiede perché non si mette sull’attenti come gli altri detenuti in segno di rispetto. “Gli ho risposto che ero ferito a causa delle botte, delle bastonate. Non lo avessi mai fatto”.

Mazen si prende un momento. Esce dal locale e fuma un’altra sigaretta: scaccia la paura. “Mi spedirono all’ospedale militare di Damasco, sezione 601: un orrore”. Legati al letto, i pazienti erano costantemente in balia delle guardie e dei medici che “facevano iniezioni mirando a caso. Le siringhe ci venivano conficcate  con forza. Nessuno mi chiamava con il mio nome, ma solo: numero 1858”. Ogni prigioniero perde il suo nome e diventa un numero. Questo per non rivelare l’identità della persona neanche alle altre sezioni dei servizi segreti che lavorano a compartimenti stagni.

In quei momenti, riflette gesticolando veloce con le mani, “la mia vita precedente sembrava distante anni luce”. Mazen era un ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia d’estrazione francese che aveva appalti a Dar Al Zour. “Pensavo ai miei nipoti: non avevo più notizie di loro”. Nell’ospedale degli orrori – come lo continua a chiamare – “chiesi di andare in bagno. Quando ho aperto la porta del primo gabinetto ho visto tre cadaveri, uno sopra l’altro. Nel secondo gabinetto, altri due corpi…”. Mazen si blocca, spalanca gli occhi marroni che troppo hanno visto: basta il suo sguardo per poter intuire, ma mai immaginare, la scena. “Mi voltai e trovai il viso del mio carceriere contro il mio. Mi disse che dovevo fare la pipì su quei cadaveri perché loro non erano meglio di me…”.

Dopo l’ospedale, Mazen fu riportato in cella. Processato, fu liberato dopo un anno e sette mesi. “Ma io sono ancora lì – precisa – il corpo è qui. Ma io no”. Ha saputo quale fine ha fatto solo uno dei suoi due nipoti, Fahad. Tira fuori dalla tasca il cellulare, scorre le foto. Eccolo. Fahad di profilo, sorridente. I capelli lunghi e il sorriso di un ventenne. La foto successiva: Fahad a terra, in una pozza di sangue. “L’ho avuta grazie a conoscenze” dice Mazen. “Conoscenze” significa pagare cifre esorbitanti per una foto.

Uscito dalla Siria, Mazen vive in Olanda ma gira l’Europa portando la sua testimonianza di sopravvissuto alle torture nelle carceri siriane. Parlerà a Milano alla ex fornace Gola, venerdì 3 marzo alle 19, inaugurando la mostra – che durerà fino all’8 marzo – Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura, in cui verranno esposti gli scatti trafugati da un ex ufficiale della polizia militare siriana identificato con il nome in codice “Caesar”, incaricato dal regime di documentare quanto accadeva ai detenuti nelle prigioni. L’evento è stato organizzato dalla Ong CELIM-Impact to Change e l’associazione Zeppelin, con la collaborazione dell’Associazione Lombarda Giornalisti. Promotori sono anche Amnesty International Italia, FNSI-Federazione Nazionale Stampa Italiana, FOCSIV-Volontari nel Mondo, Un Ponte Per, UniMed – Unione delle Università del Mediterraneo e Articolo21.