I sindacati dei medici e dei dirigenti sanitari attaccano frontalmente il nuovo Testo unico del pubblico impiego, approvato in via preliminare dal consiglio dei ministri il 23 febbraio. Arrivando a parlare di “rapina a mano armata alle risorse accessorie del contratto nazionale di lavoro della dirigenza medica e sanitaria”. Una rapina “tentata – e sventata dalle organizzazioni sindacali – con il decreto Milleproroghe“, si legge nel comunicato sottoscritto da otto sigle tra cui Anaao-Assomed, ma “riuscita con destrezza”, invece, proprio attraverso il decreto sul pubblico impiego firmato dal ministro Marianna Madia. Che “continua uno scippo in atto da 7 anni. Minando così sia il rinnovo del contratto che l’attuazione dell’art.22 del Patto della Salute“, quello dedicato a Gestione e sviluppo delle risorse umane, “e mettendo in secondo piano anche il dato positivo del riconoscimento legislativo di una vera area contrattuale per la dirigenza medica e sanitaria del Servizio sanitario nazionale”. I medici fanno per questo appello alle Commissioni parlamentari “per cancellare l’ennesima norma punitiva“.

Nel mirino l’articolo 23 del decreto, che al comma 2 prevede che “a decorrere dall’1 gennaio 2017, l’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale, anche di livello dirigenziale, non possa superare il corrispondente importo determinato per l’anno 2016“. “In un testo criptico, che comunque non promette niente di buono per i medici”, si legge nel comunicato, “spicca l’impoverimento della dote contrattuale alla quale, negli anni di blocco, sono state sottratte, attraverso le leggi e la loro interpretazione di comodo, ingenti risorse per permettere alle Regioni di fare cassa con i soldi dei medici e dei dirigenti sanitari dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Mentre scarso e incerto rimane il finanziamento destinato al rinnovo di un contratto scomparso dall’orizzonte da 8 anni, a dispetto della Corte Costituzionale”, si legge in una nota in cui i sindacati si fanno “interpreti della rabbia della grande maggioranza dei medici e dirigenti sanitari dipendenti del Ssn”.

“Per di più – sostengono i sindacati – si mantengono le norme che tolgono alle organizzazioni sindacali di categoria la possibilità di garantire la sicurezza delle cure e di intervenire a migliorare le condizioni del proprio lavoro, continuando ad omologare nel calderone del pubblico impiego professionalità che operano in servizi ed attività che hanno peculiarità e specificità tali da esigere un adeguato riconoscimento all’interno dei contratti di lavoro, anche in nome della funzione che svolgono a tutela della salute dei cittadini e a garanzia della esigibilità del loro diritto”.

“Il ministro della Funzione pubblica – continuano i sindacati – si esibisce in un salto mortale quando annuncia trionfante l’apertura della stagione contrattuale, e nello stesso tempo, dopo che la legge di Bilancio 2017 non ha consentito il recupero, nemmeno parziale, di quanto sottratto in passato, porta via una altra fetta delle risorse necessarie, non senza la premessa d’ufficio di volere valorizzare il merito. Una ricetta stantia cucinata fin dal 2010, nata da una scarsa conoscenza della complessità del mondo sanitario, frutto di un chiaro eccesso di delega, che dimostra quanto le istituzioni per prime abbiano a cuore il rispetto delle leggi”.

“Dopo il taglio al Fondo sanitario nazionale, e alla tutela della salute dei cittadini, il taglio delle risorse che valorizzano il lavoro dei professionisti della sanità, oltre a condizionare pesantemente le prospettive di rinnovo del contratto nazionale, non potrà che alimentare la fuga dagli ospedali e la deriva della sanità pubblica”, concludono i medici di Anaao Assomed, Cimo, Aaroi-Emac, Fvm, Fesmed, Anpo, Ascoti e Fials medici.