Si è chiusa in poco meno di sei mesi una buona parte del procedimento piacentino sul servizio chiavi in mano architettato dal commercialista spezzino Vittorio Petricciola e dal pregiudicato Roberto Piras che, grazie a una rete di prestanome, permetteva la riapertura nell’Est Europa di aziende decotte in Italia. Che finivano così per essere riconsegnate intatte ai proprietari originali alla faccia di creditori e fisco ed eludendo la giurisdizione italiana sulla bancarotta fraudolenta. Un modello che, secondo quanto emerso in seguito all’inchiesta coordinata dal pm piacentino Roberto Fontana innescata da una segnalazione della Dia di Genova, era stato inizialmente testato sul gruppo della famiglia Dorini – imprenditori piacentini il cui nome era spuntato anche nell’inchiesta su Banca Etruria – arrestata il primo settembre scorso insieme ai suoi consiglieri e prestanome.

Neanche sei mesi e la loro posizione si è chiusa: il patron del gruppo, Angelo Dorini, ai domiciliari da settembre, ha patteggiato 5 anni, sei mesi in più del figlio Pierangelo, tuttora in carcere. Con loro hanno ammesso le proprie responsabilità altri sei tra prestanome e architetti dell’operazione – tutti accusati di bancarotta fraudolenta, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, con l’aggiunta dell’associazione per delinquere per gli organizzatori del sistema – che hanno ottenuto la riduzione di un terzo della pena. Mentre la procura, dopo i sequestri di settembre, incassa le prime confische di beni tra immobili, denaro e imprese, che non dovrebbero rimanere isolate. Non solo. Snellito dalle posizioni chiuse, il procedimento si può ora concentrare sui professionisti ritenuti compiacenti dagli inquirenti che hanno giocato ai margini del campo, ma con ruoli essenziali per la riuscita della partita.

Esemplari in questo senso il commercialista Stefano Godani e il notaio Rosario Patanè, che si sono occupati degli atti necessari per la fuga. Ma anche i curatori fallimentari di due società del gruppo Dorini nominati dal tribunale, Carlo Bernardelli e Antonino Desi che, in seguito alla loro condotta nella vicenda, sono stati interdetti per sei mesi dall’esercizio dell’attività professionale (rispettivamente di commercialista e di avvocato) limitatamente all’assunzione d’incarichi e allo svolgimento delle funzioni di curatore fallimentare, commissario giudiziale e liquidatore giudiziale nelle procedure concorsuali. In particolare a Bernardelli la procura aveva contestato il reato di favoreggiamento. Il commercialista era stato interpellato dalla Procura interessata ad ottenere alcune scritture contabili senza esporsi con gli indagati. Ma lui, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, aveva prontamente riferito agli stessi indagati informazioni sull’indagine a partire dal fatto che la richiesta dei documenti non era farina del suo sacco ma della procura, per chiudere con il dettaglio non trascurabile che a svolgere le indagini era la Direzione Investigativa Antimafia. All’avvocato Desi, invece, è contestato il concorso in bancarotta documentale e in falso in atto pubblico in quanto, una volta appresa dagli indagati l’esistenza di un documento contabile chiave sia per l’indagine che per i creditori che avrebbe dovuto tutelare, li avrebbe invitati a sottrarlo alla curatela (“io da curatore non voglio neanche vederlo”, avrebbe detto), cioè a se stesso. E, a sua volta, nella sua relazione sul fallimento di una delle società coinvolte aveva omesso di tenere conto del documento come del resto aveva anticipato secondo quanto riferito dai suoi interlocutori: “Io sono anche pubblico ufficiale e bisogna stare attenti a queste cose qui .. anche farmele vedere … io faccio finta di non averle viste”.