Tutte le organizzazioni criminali hanno dei codici, più o meno sofisticati, per comunicare in modo efficace e, soprattutto, criptato. Non fanno eccezione, ma su ampia scala, i sinti e i rom impegnati in attività illecite che adottano una specie di esperanto, molto raffinato. Finora un vero rompicapo per agenti e carabinieri che ne intercettano le conversazioni. Adesso quel vocabolario è stato decifrato ed è a disposizione degli investigatori che possono capire parole dalla traduzione impossibile e che hanno attinenza alla ricerca di obiettivi, alla predisposizione dei mezzi, alla realizzazione dei furti e alla fuga. Questo ha creato molti problemi a chi dalle parole doveva ricavare prove o ulteriori spunti investigativi. Ora, come rivela Il Gazzettino, è stato predisposto un prontuario che è frutto del lavoro di ascolto di telefonate ed è stato integrato, probabilmente, dalle spiegazioni fornite da qualche imputato. Il prezioso dizionario è stato realizzato grazie anche al coordinamento del sostituto procuratore Benedetto Roberti che a Padova si è specializzato nelle inchieste riguardanti la criminalità organizzata che opera contro il patrimonio.

Qualche esempio? Caramaschera significa pistola. Bicu è il proiettile. Zorli è invece la cassaforte, non di un’abitazione, ma di un bancomat. La refurtiva finisce in un norto, ovvero un nascondiglio per sfuggire a eventuali perquisizioni. Sul luogo dei furti si va con una marsina, che non è un abito maschile da cerimonia, il che mal si concilierebbe con la scalata di grondaie e poggioli per entrare nelle case, ma molto più semplicemente è l’auto della banda, spesso frutto di un furto. La refurtiva si chiama ciorda e si mette in una birda, una borsa. L’antifurto che può richiamare l’attenzione del vicinato, è l’anticiorape.

Una parte del vocabolario è ovviamente riservata ai tutori dell’ordine. Carabinieri e poliziotti sono chiamati bedi. A chi è andata male e si trova nelle patrie galere (“scarape”), il riferimento è al vasta, ossia alla guardia carceraria, che equivale però anche a guardia giurata, altro potenziale nemico sulla strada del furto.

Come in tutte le lingue, ci sono parole che hanno significati diversi. Ad esempio ghiera o diera sta a indicare le postazioni bancomat, la polvere pirica e le armi. Se uno ascolta un sinti o un rom parlare di love (all’inglese) non si è imbattuto in una conversazione tra innamorati, molto più prosaicamente l’argomento è il denaro. E questo servirebbe ad interpretare anche la presenza di tante cornici per fotografie a forma di cuore che si trovano nelle roulottes, l’allusione è proprio ai soldi, non all’amore.

Immaginiamo un’ipotetica conversazione, utilizzando altre parole del glossario: “Oggi il raclo ha avuto tras: c’era un braghiero che guardava il papire vicino al mestier…”. “Oggi il ragazzo ha avuto paura, c’era un rompiscatole che guardava la targa vicino alla giostra”. Il matto è un narvalo. Andare a rubare è andare vec. Clidi sono le chiavi dell’auto. Rodano un latitante. Un parente si chiama razza, e questo è abbastanza intuibile. Per finire, il sinti che subisce un arresto (panghello) ha bisogno di un avvocato (racatastro), a causa dei paterpi. Che non sono sensi di colpa, ma reati.

Riceviamo e pubblichiamo

Caro direttore

Leggo con sorpresa e grande dispiacere in un articolo di Giuseppe Pietrobelli su Il fatto quotidiano.it, cronaca di Padova di ieri, 20 febbraio, che la lingua che parlo e che insegno a mio figlio insieme ad altre milioni di madri (rom, sinti, kalè, manouche e romanichals, così sono definiti i 12 milioni di Rom in Europa) è un “codice dei criminali organizzati rom e sinti”. Questa lingua proviene dal sanscrito (e questo ha consentito nell’800 di individuare le origine indiana dei Rom) e si è conservata per 1500 anni nonostante persecuzioni secolari, un genocidio e la mancanza di uno stato. Io, direttore, come la grande maggioranza del mio popolo, non sono membro di nessuna organizzazione criminale, parlo quattro lingue delle quali la più cara per me è quella che hanno parlato per secoli i miei antenati, quella che fu usata per le preghiere prima di finire nei forni crematori e nelle camere a gas, quella usavano le donne rom e sinte per maledire chi le sterilizzava e portava via i loro figli perché afflitti di un inguaribile “gene nomade” nel sangue. Questo “codice” è la lingua della minoranza più numerosa in Europa e presente in tutto il mondo (oltre 16 milioni di persone), una minoranza pacifica che nonostante tutte le persecuzioni non ha mai fatto una guerra e non ha mai avuto pretese territoriali.

Non pretendiamo certo che i giornalisti che scrivono per il vostro giornale abbiano una cultura specifica riguardante la storia e la lingua romanì, ma ci aspettiamo e pretendiamo per quel poco di attenzione che si deve nei confronti di una comunità anche oggi la più discriminata nel nostro paese e in Europa, almeno di verificare la notizia confrontandosi con qualcuno che parla quel “codice”. Le ricordo anche che in Italia dal 1889 – da quando Adriano Colocci pubblicò il libro “Gli Zingari” sulla lingua romani, vocabolario compreso – illustri linguisti studiano questo “codice”, che ci sono docenti come Santino Spinelli che tengono corsi universitari sul famigerato “codice”, che dunque la letteratura al riguardo non manca.

Il danno che colpisce un intera comunità nazionale è immenso. Vi dovete rendere conto di aver criminalizzato 12 milioni di persone che non hanno altra colpa che parlare la loro lingua madre, e tutto questo per superficialità e ignoranza.

Le comunichiamo anche che visto la gravità del fatto provvederemo a intervenire presso l’ordine dei giornalisti, presso il Ministero di Grazia e Giustizia e presso gli organismi internazionali che tutelano i diritti delle minoranze e contrastano i crimini di istigazione all’odio razziale. Infine, al di là della necessaria rettifica, crediamo necessario che il suo giornale affronti il tema in modo da fornire ai propri lettori un’informazione corretta e esaustiva dichiarandoci per questo disponibili in ogni modo.

La saluto cordialmente e but baxt i sastipè, che nel nostro “codice criminale” significa che Lei possa avere tanta fortuna e salute.

Dijana Pavlovic – Cofondatrice dell’Istituto europeo per l’Arte e per la Cultura Romanì

– La redazione sottolinea che non era intenzione né dell’autore né dei colleghi compiere l’equiparazione sinti=criminali, ma illustrare il lavoro di polizia che ha permesso di mettere a disposizione di chi indaga uno strumento per captare conversazioni criminali in una lingua non conosciuta. Ad essere stigmatizzata non era quindi la lingua in sé, quanto l’uso – eventualmente distorto o camuffato – che ne viene fatto da chi delinque, indipendentemente dalla sua etnia. Tuttavia, grazie alla segnalazione di Dijana Pavlovic, abbiamo deciso di modificare la titolazione originale per evitare di incorrere nuovamente in fraintendimenti o generalizzazioni – ribadiamo – non voluti.