Renzi è tornato a fare Renzi. Se mai ha cominciato a cospargersi il capo di cenere (forse per qualche minuto), quel tempo è già finito. Come aveva promesso, la sconfitta del referendum è alle spalle. In tutti i sensi: ripete che le elezioni politiche non sono la rivincita del 4 dicembre e che quindi si riparte daccapo: “Un ciclo è chiuso”. Ma questo non vuol dire che sia chiuso il suo ciclo. Per questo il segretario ha fatto come al solito quando vuole che il partito decida ciò che vuole lui: ha portato la direzione (dove ha numeri ultrablindati) a votare la propria linea, cioè il congresso il prima possibile. Resta da capire dove sia diretta la locomotiva che Renzi continua a far accelerare: “verso il futuro” o verso un altro muro, come già avvenuto col referendum costituzionale? Di sicuro il leader non scioglie, con la giornata di oggi, i due nodi principali, cioè quando andare alle elezioni (“Non lo dico per convinzione perché decidono capo dello Stato e Parlamento”) e come decidere di far sciogliere le Camere al capo dello Stato.

La relazione di Renzi è passata a passo di carica: 107 favorevoli contro 17 tra contrari e astenuti. Con questa mossa, l’ennesima mossa del cavallo, Renzi sceglie di salvare se stesso, ma ancora con il dubbio se riuscirà a salvare anche il Partito Democratico. La situazione, nel Pd, sembra sempre più esplosiva. La prova regina è la presenza di Massimo D’Alema che torna in direzione e si siede vicino a Roberto Speranza. E la parola “scissione” – che Renzi traduce con “ricatto morale” – ancora non è fuori dai vocabolari. Lo chiedono a Pierluigi Bersani, dopo la direzione e lui risponde “Vedremo”. Lo chiede Lilli Gruber a Gianni Cuperlo e lui dice che in effetti “è un progetto a rischio”. Senza parlare di scissione, il fatto nuovo è la candidatura finalmente ufficializzata da Michele Emiliano. E ciò che forse dovrebbe più preoccupare Renzi è che rischia di perdere pezzi di maggioranza, nel senso di uomini e donne che finora lo hanno sostenuto pur provenendo da posizioni diverse dalle sue, come Andrea Orlando.

Il ministro della Giustizia non ha partecipato al voto sulla mozione presentata dai renziani – passata in quarta – che proponeva avviare l’iter congressuale “auspicando la definizione di regole analoghe a quelle utilizzate per lo svolgimento del congresso del 2013″ sarà messo ai voti della direzione”. A firmare l’ordine del giorno ci sono i renziani David Ermini e Andrea Marcucci, il franceschiniano di Areadem Franco Mirabelli, la giovane turca Valentina Paris e Micaela Campana di Sinistra è cambiamento, la corrente capeggiata dal ministro lombardo Maurizio Martina. Di mozione ne avevano presentata una anche le minoranze tutte unite, ma secondo il presidente Matteo Orfini – che coordinava i lavori della direzione come sempre – la prima mozione escludeva la seconda. Che aveva una differenza, in particolare, rispetto alla prima: rinnovava il sostegno al governo Gentiloni e sosteneva la tesi di andare al voto alla scadenza naturale della legislatura, quindi nel 2018. Un passaggio che nella mozione dei renziani non c’era. L’unico atto di appoggio dal Pd nei confronti del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni arriva nei vari interventi, compreso quello di Renzi: “Massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca” ha detto il segretario. C’era anche il ministro dell’Economia Padoan che però ha ascoltato due-tre interventi e poi se ne è andato: “Faccio fatica a capire la ratio di tutto questo – sottolinea Francesco Boccia – Se inviti il ministro dell’economia per parlare dei rapporti con Bruxelles lo fai parlare. Siamo alle solite”.

Non aiuta, poi, il modo in cui si è arrivato al voto anche nella direzione di oggi che inasprisce ulteriormente i rapporti all’interno del partito. La mozione delle minoranze, infatti, è stata considerata alternativa a quella della maggioranza del partito e quindi è stata tolta dalla votazione: “Non capisco perché non hanno fatto votare quel testo – afferma Roberto Speranza – La conclusione complica un po’ le cose rispetto al buon dibattito. Mi dispiace, è stata fatta una forzatura e a furia di forzature non vorrei ci trovassimo ancora di più in difficoltà”.

In generale il voto di oggi, secondo Boccia è un avviso di sfratto al governo Gentiloni. Per Davide Zoggia (bersaniano) è un “Paolo stai sereno”. E anche lo stesso ministro Orlando resta freddo davanti alle rassicurazioni del capo del partito: “Io ho proposto di far precedere al congresso una conferenza programmatica che evitasse di scaricare le tensioni che si possono realizzare nel Pd sulla tenuta del governo. Mi è stato risposto che questo rischio non esiste, spero che abbia ragione chi mi abbia risposto così, non ne sono del tutto convinto”. Il ministro guardasigilli si è vestito da pontiere, spiegando in poche parole che dopo il referendum Renzi ha smesso di fare proposte politiche chiare e che la minoranza del Pd parla molto di riavere un clima sereno dentro al partito ma poi quel clima “è fatto anche da dichiarazioni quotidiane che delegittimano il segretario”. Piuttosto, per riunire le varie anime, servirebbe una conferenza programmatica per indicare bene la linea a chi guiderà i democratici nei prossimi anni, dice Orlando.

Fin qui il metodo. Ma un’altra corrente di sinistra “lealista” quella di un altro ministro, Maurizio Martina, mette già sul piatto il merito che Renzi dovrà ascoltare, prima o poi: “Non da oggi dico che il Pd non è autosufficiente: credo che dobbiamo essere un soggetto che fa da traino oltre i nostri confini a un campo più largo. E’ una necessità politica, progettuale. Quando l’abbiamo fatto abbiamo vinto”. Martina probabilmente pensa soprattutto alla sua regione, la Lombardia, dove il Pd ha tenuto perché il centrosinistra non è mai morto. Milano è l’esempio più celebre e infatti c’è spazio per una citazione per Giuliano Pisapia e il suo Campo Progressista: e la citazione la fa Graziano Delrio, cioè tra i più renziani. Insieme a questo Martina avverte che nel frattempo il governo deve governare, facendo anche quello che il popolo del Pd forse aspetta, “ricalibrando il nostro lavoro”: “Penso alla legge sulla povertà, a quella sullo ius soli, sul testamento biologico, convinto – conclude – che il nostro riscatto posso di nuovo venire dal nostro popolo”.

Quando si farà il congresso, invece, lo deciderà l’assemblea nazionale che sarà convocata forse già domenica prossima. Lui è già pronto, dice di avere anche il manifesto e che è pronto a girare l’Italia per cercare talenti che possono fare caso al partito e di rilanciare la campagna congressuale dal Lingotto di Torino, proprio dove cominciò la scalata la volta precedente, nel 2013. L’ipotesi, per ora, è che il congresso si concluda a maggio, in tempo per un’eventuale finestra elettorale a giugno. Restano in piedi, naturalmente, due interrogativi: il primo, più importante, come farà il Pd a “permettere” al presidente Sergio Mattarella di scogliere le Camere; il secondo punto è se il Parlamento riuscirà davvero a approvare una legge elettorale nuova entro giugno, perché 4 mesi sembrano tanti, ma il dato è che nel Parlamento che conosciamo – nel quale i litigi e i veti incrociati non mancano – l’Italicum con la base parlamentare che aveva e anche a colpi di fiducia non fu approvato prima di un anno e mezzo.