Il ricorso si discuterà mercoledì, davanti ai giudici del Tar libico, a Tripoli. All’inizio dell’altra settimana sarà poi reso noto il giudizio, la decisione. Tutti danno per scontato che i “ricorrenti” – ex ministri, principi del foro, personalità libiche – saranno premiati. Insomma che sarà clamorosamente bocciato il protocollo d’intesa siglato a Palazzo Chigi il 2 febbraio scorso tra il Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, e il premier libico, Fayez El Sarraj. Il protocollo che sanciva l’inizio della controffensiva italiana contro i trafficanti di migranti potrebbe diventare così carta straccia.

L’intesa che era stata legittimamente portata a Malta, al vertice dei capi di Stato e di governo della Comunità europea, come un fiore all’occhiello del governo Gentiloni, è destinata a evaporare nel nulla. Se il Tar libico dovesse effettivamente bocciare l’intesa sarebbe un brutto colpo per l’Italia, impegnata finalmente a rendere coerente una politica di accoglienza nei confronti di chi ne ha diritto è nello stesso tempo di rigore nel rispetto della legalità. Ma la decisione dei giudici amministrativi libici rappresenterebbe anche una brusca frenata al lento e faticoso processo di stabilizzazione della Libia.

A Tripoli paragonano il “commerciante” El Sarraj a un “piccolo” Donald Trump che vede annullate dai giudici le sue decisioni. Bocciature che vanificano così le iniziative politiche e amministrative di Sarraj, come la recente scelta dei componenti del nuovo consiglio d’amministrazione della Lia, Libyan Investment Authority, il fondo sovrano, la vera cassaforte dei petrodollari libici. Insomma, per dirla tutta, Fayez El Sarraj sta diventando un problema, un grosso problema per la Libia. Intanto, agli “smemorati” della Comunità internazionale i libici di Tripoli ma anche di Bengasi, di Tobruk o del profondo sud ricordano con queste iniziative giudiziarie che il governo Sarraj è illegittimo, non essendo stato votato dal parlamento di Tobruk che, sebbene scaduto da più di un anno, è in regime di “prorogatio” da parte della comunità internazionale.

L’equivoco sta nel fatto che Sarraj è il legittimo presidente del Consiglio Presidenziale composto da nove membri in tutto. E indicato dal Comitato del dialogo, la vera e unica camera di compensazione dei conflitti e delle divisioni della Libia, che oggi sta discutendo un diverso assetto istituzionale del Paese. Sono 29 i componenti del Comitato del dialogo che, in questi mesi, hanno lavorato sotto traccia, con la “benevolenza” della struttura delle Nazioni Unite, dell’uscente delegato per la Libia, Martin Kobler, che ha condiviso le decisioni maturate e che responsabilmente ha accettato anche di non partecipare agli ultimi incontri del Comitato, per rimarcare così l’autonomia dei libici.

Da tempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite aveva individuato il successore di Kobler, con il consenso dell’amministrazione americana di Barack Obama. Doveva essere l’ex premier palestinese Salam Fayyad. Ma adesso il veto è arrivato da Donald Trump che non vuole il palestinese che fa irritare gli israeliani.
La nuova America di Trump riserverà amare sorprese anche per la politica internazionale in Libia e Medio Oriente. Dunque il Comitato di pacificazione nell’ultima riunione (22 gennaio scorso) ha disegnato una riorganizzazione dell’architettura istituzionale. Intanto, il Consiglio Presidenziale da nove dovrebbe scendere a tre membri. La novità che rappresenta una cesura con il passato è il Capo Supremo della Difesa. Che sarà composto da un Comitato formato dal presidente del Parlamento, da quello del Consiglio di Stato (l’ex parlamento islamista di Tripoli) e da un delegato del Consiglio Presidenziale. I tre dovranno prendere le decisioni all’unanimità. Dunque, il capo del governo e quello del Consiglio Presidenziale saranno due figure diverse; il Capo supremo della Difesa non sarà più il Presidente del Consiglio Presidenziale.

Sarraj è destinato a uscire di scena. Lo stesso ruolo del generale Haftar, sostenuto dalle cancellerie di mezzo mondo (arabo e occidentale), è destinato a ridimensionarsi nel disegno della nuova architettura istituzionale. I tempi per il passaggio dall’elaborazione all’attuazione di queste significative trasformazioni degli assetti politici e istituzionali sono dettati ora dalla formalizzazione della nuova delegazione – quattro membri- del Parlamento di Tobruk nel Comitato del dialogo. Informalmente, le scelte del Comitato sono già state condivise dai vertici istituzionali della Cirenaica. Bisogna solo aspettare con pazienza la formalizzazione di questi orientamenti. Ma i tempi libici sono noti per essere biblici.

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