L’uno spinge, anche se in sordina, l’altro frena. Dipinto nei retroscena sui principali quotidiani come rinvigorito dalla sentenza della Corte Costituzionale sul “suo” Italicum, Matteo Renzi avrebbe già pronto un piano in tre fasi per traghettare il Paese verso le elezioni. Sull’altro fronte, a calmarne i bollenti spiriti, Sergio Mattarella predica prudenza e chiede un accordo politico per armonizzare le due leggi elettorali in questo momento in vigore, il Consultellum (ex Porcellum) al Senato e il Consultellum bis alla Camera, frutto della rimodulazione operata mercoledì dalla Consulta sulla legge elettorale messa a punto dal governo guidato fino ala sconfitta nel referendum dall’ex premier. Ma se l’accordo si rivelerà impossibile da raggiungere, emerge alle cronache quirinalizie, il presidente della Repubblica non ostacolerà le richieste di andare alle urne.

L’ala renziana del Pd non ha dubbi: “La sentenza della Corte ci rimette in partita“, è il ritornello che secondo il Corriere della Sera riecheggia da mercoledì pomeriggio nelle stanze del Nazareno. E l’ex sindaco di Firenze è uno a cui l’agone piace. Anzi, c’è la sconfitta del 4 dicembre che brucia ancora: “Il futuro prima o poi torna“, è lo slogan che ha scelto per lanciare il suo nuovo blog, varato proprio ieri. Ma prima di lanciarsi a capofitto nella nuova avventura il segretario è consapevole di dover fare i conti con il presente: con il Paese ancora scosso per le tragedie abruzzesi, Renzi non vuole mostrarsi impaziente di riportare gli italiani alle urne. Per questo, riporta La Stampa, ha messo a punto un piano d’azione in tre punti: mettere la sordina alla corsa al voto; fare un tentativo per trovare un accordo in Parlamento per tornare al Mattarellum; preso atto dell’impossibilità di trovare una maggioranza sul punto, provare ad armonizzare il Consultellum 1 per il Senato e il Consultellum 2 per la Camera. Se anche questo tentativo dovesse fallire, a quel punto l’ex premier spingerà per tornare alle urne.

Da parte sua, Mattarella lo aveva messo in chiaro nel messaggio di fine anno e non ha cambiato idea: per tornare al voto servono leggi elettorali “non inconciliabili“, anzi “omogenee” e “pienamente operative“. Ora, è la linea del Colle, dopo la sentenza della Consulta, serve un accordo tra i partiti per armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato. Anche se i giudici delle leggi hanno stabilito che “all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione“. Il capo dello Stato non parla perché in questa fase il ruolo non glielo consente, ma il messaggio che arriva dal Colle è chiaro: il Parlamento ha il dovere di dare al Paese un sistema elettorale adeguato. Tradotto: le due leggi non devono essere necessariamente uguali ma almeno compatibili, si legge in un retroscena sul Corriere della Sera. Per questo preferirebbe un accordo tra i partiti dal quale scaturisse un nucleo di norme organiche per riportare il Paese alle urne. Nel caso, tuttavia, che la strada si dimostrasse impercorribile e le forze politiche optassero per votare con le leggi esistenti, il Colle non si metterebbe di traverso.

In questo quadro, c’è una sola certezza: perché le nebbie si diradino passeranno settimane. Fino a quando la Corte Costituzionale non renderà note le motivazioni della sentenza che ha bocciato il ballottaggio ma salvato il premio di maggioranza dell’Italicum, attese al massimo per il 25 febbraio, nulla accadrà. Anche perché gli stessi giudici potrebbero fornire indicazioni sulla omogeneità o la non omogeneità delle leggi. Inutile attendersi colpi di scena: fonti interne citate da La Stampa escludono appelli al Parlamento perché ponga rimedio a contraddizioni come quella che riguarda le soglie di sbarramento, molto diverse tra Camera e Senato. Più lecito attendersi inviti ad apportare correzioni su temi quali le preferenze al Senato (sulle quali in base a una sentenza del 2014 esiste una incertezza interpretativa) o sul meccanismo del sorteggio cui ci si affiderà per scegliere il seggio di un candidato nel caso in cui quest’ultimo avesse vinto in più di un collegio.