Tre prove, due scritte e una orale (addirittura quattro per il sostegno). Poi tre anni di tirocinio fra università e scuola, corsi e supplenze sottopagate. Infine la tanto sospirata assunzione, solo però dopo aver ricevuto l’ok del preside, il cui giudizio deciderà anche la posizione in graduatoria (e quindi la sede di destinazione). Dal 2020 cambierà il percorso per diventare insegnanti in Italia: forse un passo avanti rispetto all’attuale sistema del Tfa (a pagamento) più concorso, un doppio imbuto che ha creato enormi sacche di precariato; di certo non una passeggiata. Intanto per i precari, quelli che ci sono già, verrà fatta una sanatoria: come anticipato in esclusiva a novembre da ilfattoquotidiano.it, una “fase transitoria” con accesso facilitato per gli abilitati e (in misura minore) anche per i non abilitati con almeno 36 mesi di servizio. Resta però l’incognita dei tempi e del numero di posti disponibili: su questo, e sulla retribuzione del nuovo tirocinio, sindacati e associazioni sono già sul piede di guerra. “Il vero obiettivo di questa riforma è risparmiare sulle supplenze”, attacca la Flc Cgil. Trovare un accordo non sarà facile.

ESAME IN TRE PROVE – Sabato, nell’ultimo giorno prima della scadenza fissata dalla Legge 107, il governo ha approvato tutte le deleghe in sospeso della Buona Scuola. Fra queste, anche quella sul sistema di formazione iniziale e reclutamento dei docenti: forse la più attesa, perché coinvolge decine di migliaia di precari e tutti i giovani che sognano di diventare professori. Il decreto nasce da una proposta elaborata nel 2015 da Simona Malpezzi e Manuela Ghizzoni, deputate Pd esperte di scuola: il principio fondamentale è il passaggio dal vecchio sistema in due fasi (abilitazione più concorso) in vigore praticamente dai tempi della Legge Casati, ad un nuovo corso-concorso. In futuro ci sarà un unico momento di selezione, che darà accesso a un percorso formativo triennale concluso dall’immissione in ruolo. Tre le prove da superare: uno scritto sulla materia di insegnamento, uno scritto con domande sulla didattica, un orale con colloquio in lingua straniera. Per il sostegno i test saranno addirittura quattro (ci sarà un terzo scritto sulle disabilità). Questi corsi-concorsi avranno cadenza biennale (almeno nelle intenzioni del Miur) e il requisito di ammissione sarà la laurea specialistica con 24 crediti acquisiti in discipline psico-pedagogiche e didattiche.

COMPITI E STIPENDIO CRESCENTI – Superare questo triplo esame, però, sarà solo il primo passo verso la cattedra: poi inizierà un lungo percorso triennale di tirocinio, con compiti e retribuzioni crescenti. Il primo anno si passerà essenzialmente sui banchi universitari e conferirà il titolo di specializzazione; il secondo prevede un progetto di ricerca/azione più alcune supplenze brevi a scuola; il terzo ancora teoria, ma finalmente anche una vera supplenza lunga. Al termine c’è l’assunzione: solo, però, a patto di ricevere giudizio positivo da una apposita commissione presieduta da un dirigente scolastico; e saranno proprio i voti assegnati in questa sede a determinare la posizione in graduatoria. Una novità che aumenta ulteriormente il potere già contestato dei cosiddetti “super presidi”. L’altra questione è quanto verrà retribuito questo tirocinio: il terzo anno sarà pagato come una supplenza annuale (circa 1.300 euro al mese). Diverso il discorso per i primi due: lo stipendio dovrà essere definito in sede di contrattazione nazionale con i sindacati, ma a disposizione ci sono solo 117 milioni di euro l’anno (tolti al fondo per il miglioramento del sistema d’istruzione della Buona scuola). Ipotizzando una platea di 15mila contrattisti (più o meno il numero di posti negli ultimi Tirocini Formativi Attivi), secondo i primi calcoli dei sindacati ci sarebbero risorse per uno stipendio intorno ai 500 euro al mese. A cui nel secondo anno si aggiungerebbe la retribuzione per le supplenze brevi effettivamente svolte. “Questo decreto svela il progetto di avere forza lavoro a basso costo: non è pensabile che si svolga la stessa mansione a compenso ridotto. I tirocinanti sarebbero solo dei supplenti sotto pagati”, attacca la Flc Cgil.

SANATORIA PER I PRECARI – Il meccanismo entrerà in vigore a partire dal 2020. Intanto verrà fatto un altro ciclo di Tfa e ai precari verrà data l’occasione di un accesso agevolato al nuovo tirocinio: per gli abilitati solo una prova orale, saltando il primo anno di corsi (e anche il secondo in caso di anzianità); per i non abilitati con 36 mesi di servizio una prova scritta e una orale, saltando il secondo anno di supplenze brevi. Resta però la grande incognita dei numeri e dei tempi di questa fase transitoria: con il concorsone 2016 ancora in attesa di graduatorie in molte Regioni, non è dato sapere quanti siano ancora gli abilitati senza cattedra (potrebbero aggirarsi tra i 15 e i 20mila). La soluzione, insomma, potrebbe non risolvere il problema. “Ci vuole un sistema più flessibile, in alcune materie e Regioni servono subito decine di professori, altre sono intasate per molto tempo”, spiega Alessandro Viti del Coordinamento Tfa, che chiede che gli abilitati non debbano ripetere un tirocinio già svolto. I sindacati punteranno all’assunzione diretta degli abilitati dove sono esaurite tutte le altre graduatorie (trasferendo quel 50% di posti che attualmente spetta per legge alle vecchie Graduatorie ad esaurimento, alle Graduatorie d’istituto, le liste che oggi assegnano le supplenze). La delega è stata approvata, i nodi da sciogliere sono ancora tanti.

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