La soluzione c’è, ma ancora non si può dire apertamente: al Ministero dell’Istruzione le bocche restano cucite anche nei confronti con i sindacati. Troppo grande il rischio di suscitare un nuovo polverone tra i docenti precari e non di tutto il Paese. Ora che la scadenza delle deleghe della riforma si avvicina, però, negli uffici di viale Trastevere si fa strada l’idea di un nuovo mini-piano di concorsi riservati per gli insegnanti ancora in attesa di una cattedra: per quelli abilitati, come si vocifera da tempo. Ma anche – e questa è la novità più inattesa che IlFattoQuotidiano.it può anticipare – per i non abilitati. Così il terzo ciclo del Tfa, annunciato da oltre un anno, non vedrebbe mai la luce.

“Nella scuola ci sono 200mila precari che non possiamo dimenticare”, ha detto di recente Matteo Renzi. Molti professori delusi, su forum e social network, l’hanno interpretata come l’ennesima promessa elettorale a poche settimane dal referendum. Di certo, le sue parole fanno riferimento a uno dei temi più scottanti, da tempo sul tavolo del Miur: cosa ne sarà dei docenti che non ce l’hanno fatta all’ultimo Concorsone? Il governo, infatti, ha già deciso di superare l’attuale impostazione che prevede l’abilitazione come prerequisito per il concorso: in futuro ci sarà un unico momento di selezione post laurea, che darà accesso ad un tirocinio lavorativo di tre anni e poi quasi automaticamente al ruolo. Resta il problema di chi si trova nel guado tra l’ultimo concorsone  e l’avvento del nuovo sistema che non andrà a regime prima di 5-6 anni. Circa 80mila docenti già abilitati, più un numero imprecisato nella terza fascia delle graduatorie, dove si iscrivono i laureati senza abilitazione, spesso anche loro utilizzati come supplenti. Più o meno i 200mila citati da Renzi per cui il Ministero sta studiando una cosiddetta “fase transitoria”.

CONCORSI RISERVATI (PER TUTTI) – Ancora non c’è nulla di ufficiale, l’idea dovrebbe restare coperta almeno fino a dicembre. È nata in Parlamento (all’interno del Pd, in cui però pure non c’è unità di vedute a riguardo), ma pian piano ha fatto breccia all’interno del Miur ed è diventata l’ipotesi più accreditata a cui ora stanno lavorando i tecnici. Una serie di concorsi riservati ai precari: a tutti, però, e non solo agli abilitati come si poteva pensare. Con delle differenze. Per gli insegnanti di seconda fascia, il concorso sarebbe più snello (si parla addirittura solo di un colloquio orale, senza prove scritte) e darebbe accesso direttamente al ruolo, attraverso il consueto “anno di prova”. Per gli insegnanti di terza fascia, invece, ci sarebbero dei test e una forte valutazione del servizio svolto: i vincitori in questo caso accederebbero al tirocinio di durata triennale, che nel nuovo sistema costituirà un momento di formazione-lavoro precedente alla stabilizzazione vera e propria. Questi concorsi verrebbero banditi dopo l’assorbimento delle graduatorie dell’ultimo concorsone, quindi non prima del 2018; forse in maniera scaglionata, solo sulle materie e nelle Regioni più affollate e dove ce n’è bisogno.

NIENTE TFA III CICLO? – La scelta di istituire un canale ad hoc anche per la terza fascia significherebbe chiudere subito e definitivamente il Tirocinio Formativo Attivo, che negli ultimi anni è stato l’unico strumento di abilitazione. In futuro scomparirà di sicuro, ma si pensava che almeno un altro ciclo (il terzo) sarebbe stato avviato. La stessa Stefania Giannini si era sbilanciata a riguardo. Il 2016, però, ormai è andato e più passa il tempo più si rafforza il partito dei contrari (specie all’interno del Pd): inutile far partire un Tfa che nella migliore delle ipotesi, tra test e studi, si concluderebbe solo fra un paio d’anni. Questi concorsi riservati alla terza fascia rappresenterebbero la transizione più rapida al nuovo sistema, offrendo intanto un’occasione anche a chi non ha l’abilitazione; mentre chi è ancora iscritto all’università potrebbe già dal prossimo settembre conseguire i crediti per la didattica che permettono l’accesso al test per il nuovo corso-concorso.

IN FUTURO CORSO-CONCORSO E TIROCINIO – La delega sul reclutamento prevede infatti che gli aspiranti insegnanti dovranno nel corso della laurea quinquennale maturare almeno 24 crediti di didattica. Dopo gli  studi ci sarà l’unico momento di selezione per l’accesso a questo “corso-concorso”: i vincitori, a numero chiuso calcolato in base al fabbisogno del sistema, faranno tre anni di tirocinio con attività miste di formazione e lavoro (pagato) nelle scuole, al termine del quale arriverà poi la conferma del posto fisso. Il futuro è più chiaro nei piani del Ministero. Resta da capire come arrivarci. Così concepita, la “fase transitoria” presenta più di un’incognita: i non abilitati sono tantissimi, forse troppi per predisporre prove riservate (la selezione sarebbe durissima); la valorizzazione del servizio rischia di penalizzare i più giovani, i neolaureati, che sono proprio quelli che andrebbero più tutelati (visto che gli altri hanno avuto diverse occasioni di abilitarsi in passato tra Ssis, Pas e Tfa). Senza dimenticare le sicure rimostranze dei vincitori dell’ultimo concorsone, a cui il governo non ha fatto sconti. Tutti argomenti su cui riflettere. La strada, però, sembra tracciata. Del resto, l’ha indicata Renzi in persona.

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