Brunetta che sta in tv anziché in aula, la Brambilla che si defila dalle sedute per inaugurare ipermercati. C’è chi, come la Vezzali, esercita il suo mandato direttamente in palestra. A svuotare il Parlamento contribuisce un esercito di deputati in libera uscita permanente che si dileguano dai lavori d’aula e commissione per farsi i fatti propri o del partito, avendo però cura di farsi pagare come fossero lì. Un po’ come i dipendenti del Comune di Sanremo, senza neppure la fatica di strisciare un cartellino. Tra i campioni spiccano anche Luca Lotti, che da sottosegretario riusciva a collezionare più “missioni” del ministro degli Esteri e il vicepresidente della Camera Di Maio, pizzicato in missione tra i banchetti del “no”. Sì, Di Maio tu quoque.

L’escamotage per rendersi ubiqui è un uso intensivo – se non l’abuso vero e proprio – della “missione”, l’istituto previsto dal  regolamento della Camera (art. 46 comma 2) che recita: “I deputati che sono impegnati per incarico avuto dalla Camera, fuori della sua sede o, se membri del Governo, per ragioni del loro ufficio, sono computati come presenti per fissare il numero legale”. Per questo chi svolge l’incarico percepisce per intero la diaria, cioé il contributo per le spese di soggiorno a Roma. Altri 3.500 euro netti al mese, oltre lo stipendio. Somme cui non avrebbe diritto – qualora risultasse assente  per effetto delle decurtazioni previste dallo stesso regolamento: 206,58 euro per ogni seduta in cui si vota e 500 mensili per giunte e commissioni. Così le norme, la prassi instaurata è però un’altra: i deputati (e senatori) ricorrono a missioni anche per starsene rintanati nei propri uffici, oppure per uscire dal Parlamento a svolgere attività che spesso nulla hanno a che vedere con la Camera come “istituzione”. Così non passano per degli scansafatiche, giacché l’assenza “giustificata” non viene conteggiata. E soprattutto arrotondano. 

Quello delle “missioni fittizie” è un affare d’oro e senza rischi: per esentarsi dal lavoro, figurando però di esserci, agli onorevoli basta un fax. L’Ufficio di Presidenza autorizza, il Servizio Assemblea passivamente registra, nessuno controlla. Specie in caso di incarichi di governo e di titolari di cariche interne per i quali – precisa una nota della Camera – “la Presidenza prende atto, senza procedere ad alcun vaglio”. Tanto che “non sono mai stati adottati provvedimenti per uso improprio dell’istituto”. Che del resto neppure esistono, e il ché la dice lunga. Soprattutto spiega perché le Camere si tramutino così spesso nel deserto dei Tartari, dove marcano missione anche 150 onorevoli alla volta.

Perché nessuno denuncia questo andazzo? Perché troppi ne beneficiano, a volte per “missioni” assai poco probabili sulle quali i vertici di Montecitorio chiudono gli occhi e pure le orecchie: abbiamo chiesto più volte all’ufficio di Presidenza e al Servizio assemblea di poter consultare le richieste che hanno autorizzato al fine di verificare la rispondenza tra l’oggetto della missione dichiarata e la reale natura degli impegni poi svolti dai deputati fuori dal Parlamento. Non li abbiamo mai ricevuti, neppure sollecitando segreterie e portavoce di alcuni parlamentari. Ecco cosa è emerso da ricostruzioni empiriche, sulla base dei resoconti d’aula e delle cronache di giornata.

DI MAIO, TU QUOQUE – E’  l’esponente dei Cinque Stelle che più si è speso nella battaglia sulle indennità dei deputati. Per questo ha subito anche l’affondo di Renzi alla vigilia del voto: “Ha il 37% delle presenze, perché non gli diamo allora il 37% dello stipendio?”. Avrebbe potuto anche querelarlo, il vicepresidente della Camera, perché quel dato è falso: con il 55% di missioni la sua presenza in Parlamento schizza all’88%. Altro che assenteista. E allora: “Scusi Di Maio, querela Renzi?”. L’esponente M5S non risponde, forse per stile o forse perché sa che le missioni dichiarate sono spesso fittizie e raramente aderenti al dettato del regolamento della Camera che lui ben conosce, essendone vicepresidente. La libera uscita, per titolari di cariche interne, dovrebbe essere “per incarico connesso con l’esercizio di funzioni istituzionali”. Gli impegni espletati però sono di altra natura, prettamente politica. Per la quale sarebbe stato più corretto indicare l’assenza anziché la missione.

IN PALESTRA – All’espediente non si ricorre solo per avidità. Spesso lo si fa per il tempo, qualcuno addirittura per sport come Valentina Vezzali (Gruppo Misto), pluricampionessa e vanto della scherma italiana. Il suo 5,33% di “missioni” si è rivelato un bluff all’occhio delle telecamere di La7 che nel 2014 l’ha colta più volte in palestra anziché in aula. Dove risultava assente ma giustificata. E incassava tutta la diaria. A volte dietro la “missione” c’è una causa assolutamente legittima ma non per questo più in linea con le norme.

A QUATTRO ZAMPE – brambillaIl 4 maggio 2016 in aula si  discute e si vota la legge sul consumo di suolo e c’è anche Renzi che risponde a briglia sciolta alle interrogazioni. La seduta inizia alle 9 e termina dopo le 20, 112 deputati sono in missione. Manca, tra gli altri, Michela Vittoria Brambilla. Dov’era lo racconta il giorno dopo la Gazzetta di Modena: l’ex ministro, autoproclamata paladina degli animali, inaugurava un negozio pet friendly all’ipermercato “La Rotonda” della città emiliana. Stretta tra i manager del gruppo Conad testimonia l’importanza di offrire ai clienti appositi carrelli per gli amici a quattro zampe. Ecco, questa era la sua “missione” e la ripeterà più volte (il 5 ottobre 2016 a Bernareggio, 60 km da Roma) sempre nei panni di presidente di un’associazione animalista che lei stessa ha fondato. Mai, ci si augura, su effettivo incarico della Camera. Abbiamo chiesto all’onorevole l’elenco delle richieste autorizzate per verificare la congruità tra missioni dichiarate e impegni, ma anche lei non ha voluto rispondere.

MISSIONI IMPOSSIBILIIrriducibili della specialità siedono anche tra i banchi del governo. Luca Lotti, deputato e neo ministro dello Sport, ne è diventato il principe: in tre anni e mezzo è stato più in missione (77%) che in aula (13,58%), tanto da collezionarne più lui del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (65%). Tra le tante c’è anche quella di salvare il Pd da se stesso, catapultandosi sui circoli in fermento, che catalogare tra quelle “in ragione del proprio ufficio”, come recita il regolamento della Camera, è arduo. Eppure il Servizio Assemblea registra la “presenza” e la trasmette agli uffici per le competenze parlamentari, che pagano la diaria piena.

TELEMISSIONICè chi alle Camere predilige le telecamere. Se si facesse mai un confronto palinsesti/verbali d’aula si noterebbe un vorticoso travaso. Tra gli altri, di Renato Brunetta, capogruppo di FI, missionario storico (83% di missioni, 5 di assenze e 11,7 presenza) e presenzialista catodico. Non si sa cosa facesse nei giorni in cui si dichiarava in missione. Salvo ritrovarlo a una certa ora sul piccolo schermo, mentre l’aula ancora discuteva.

VENT’ANNI DI ABUSI – Gli onorevoli d’oggi magari sono più spudorati, ma non si sono inventati nulla: l’abuso di missione, che viene negato ancora oggi, in realtà è una piaga da almeno vent’anni. Lo dimostra una circolare del 21 febbraio 1996 a firma di Irene Pivetti che tenta di circoscrivere i criteri di missione ad attività “direttamente legate ai compiti istituzionali”. Perché, si legge, “sono oggetto di prassi interpretative estensive, nel senso che sono state comprese tra le missioni per incarico della Camera anche attività svolte da deputati per conto dei gruppi di appartenenza; tali incarichi esulano tuttavia dal significato proprio della dizione regolamentare, ponendosi in palese contrasto con la lettera e lo spirito della norma”.

Le missioni autorizzabili dal Presidente della Camera – secondo quelle disposizioni vigenti tuttora – sono solo su incarico di commissioni, per l’esercizio di “funzioni istituzionali” di membri dell’Ufficio di Presidenza, presidenti di commissioni e giunte o anche di singoli deputati; per membri di delegazioni presso organismi internazionali (Ue, Nato, Ocse) e per chi ha incarichi governativi “in relazione ad attività formali dell’organo, comunicate preventivamente alla Presidenza della Camera”.

Luciano Violante, quattro mesi dopo, allarga i paletti autorizzando uscite per “funzioni di rappresentanza politico-istituzionale”. Attenzione però: l’indicazione vale solo per presidenti dei gruppi e loro vice (a parziale giustificazione di Brunetta, non di Lotti e gli altri) in attesa di un auspicato “riordino complessivo della materia”, che non è mai arrivato. Gianfranco Fini nel 2010 introduce le decurtazioni contro gli assenteisti salvaguardando ancora missionari e presunti tali. Più nessuno è tornato in argomento e la presidenza Boldrini sembra autorizzare con grande benevolenza, fino a sfiorare l’autogestione a favor di deputato, specie se titolare di cariche o se membri del governo. Risultato: ancora oggi ogni seduta d’aula parte da un lungo elenco di desaparecidos che, legittimamente o meno, gravano sugli 80 milioni di euro versati dall’Ufficio per le competenze parlamentari.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

In merito all’articolo pubblicato ieri dal vostro giornale, a firma Thomas Mackinson, si precisa che nel periodo indicato dal giornalista il ministro Luca Lotti (in quel momento Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) è stato assente dai lavori parlamentari proprio perché impegnato in missioni istituzionali. Missioni, peraltro, facilmente verificabili perché legate ad eventi pubblici e, in quanto tali, seguiti da agenzie di stampa, giornali e tv. Solo per fare tre esempi: l’11 marzo 2016 per una visita al cantiere del nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria (finanziato con 3 mln dal Cipe), il 14 ottobre 2016 per l’inaugurazione della Fiera di Sassari e il 16 settembre 2016 sempre in Sardegna per incontri con alcuni rappresentanti di istituzioni locali e regionali.
Ufficio stampa del ministro Luca Lotti
Non abbiamo scritto nulla di diverso salvo segnalare che durante quelle missioni che alla Camera risultano “autorizzate a fini istituzionali” dalla Presidenza del Consiglio l’ex sottosegretario Lotti ha partecipato a convegni dei comitati per il Sì di Reggio Calabria e Olbia e a una riunione del circolo Pd di Sassari. Non esattamente “impegni istituzionali” (t.m.) 

A seguito di una puntualizzazione apparsa sulla pagina Facebook dell’onorevole Luigi Di Maio si precisa quanto segue:
Di Maio risulta in missione il 55% delle volte in cui si è votato e per ognuna ha evitato di vedersi decurtare la diaria di 208 euro, somme cui non avrebbe avuto diritto, qualora fosse risultato assente. Giustifica l’alto numero di missioni come effetto dell’automatismo per cui chi presiede è in missione tutto il giorno. Di Maio però non ha presieduto l’aula una volta su due, essendo quattro i vicepresidenti e dovendosi alternare con i colleghi. Inoltre l’appello all’automatismo stride con la facoltà del deputato di interrompere in ogni momento la sua missione per riprendere posto in aula/commissione. Se Di Maio o altri utilizzano la parte residua della giornata per impegni diversi è una libera scelta, non un automatismo. E nel merito Di Maio non ha voluto rispondere al Fatto Quotidiano, nonostante ripetuti solleciti prima della pubblicazione del pezzo, ma se gli impegni erano anche di natura politica – come da sua stessa ammissione –  il ricorso a missioni da parte di Maio sarebbe in contrasto col dettato regolamentare che le consente solo “su incarico e in rappresentanza della Camera” e a “fini istituzionali”, non per impegni politici o di partito, ad eccezione dei capigruppo. E l’onorevole Di Maio non lo è.