Prodi, in una schietta intervista di oggi al Sole 24 Ore (finché c’è) pronuncia una frase che merita una riflessione: “Forse per convincere i giovani a scegliere queste carriere” – ovvero periti e ingegneri, la cui scarsità contribuisce a impaludare il Paese nel basso sviluppo che sappiamo – “bisognerebbe fare una serie televisiva sui periti industriali, non solo sui carabinieri“.

L’ansia di Prodi è comprensibile, ma temiamo che un produttore cinematografico o televisivo che davvero si industriasse a mettere in scena le avventure amorose o le vicende di potere di un perito industriale o di un ingegnere impegnati nelle loro specifiche abilità troverebbe scarsi riscontri di pubblico. In Italia infatti non c’è alcuna tradizione narrativa capace di rappresentare il mestiere, qualsiasi mestiere, come occasione di avventura (e senza avventura, come si sa, non c’è racconto che tenga).

Sappiamo che l’opposto vale invece per novelle, film e telefilm americani che abbondano di gasisti, autisti, dentisti, gommisti, commessi, insegnanti e via industriandosi che ne passano di tutti i colori volendo far bene il proprio mestiere, anche se non portano la pistola al fianco. Siamo alla solita distinzione fra il lavoro come occasione per l’epica individuale (così se lo raccontano in USA) e la fatica come sequestro della vita personale. Ecco perché – in linea di massima –  in quella quotidianità lavorativa è nascosta la “sorpresa” mentre nella nostra non vedi l’ora di timbrare per tornare a farti i personalissimi svaghi e affari tuoi.

Per venir fuori da quel che siamo, e dai connessi costumi mentali, una narrazione edificante non può fare nulla e potrebbe perfino parere omissiva dei problemi veri. Quali sono? Li elenca Padoan in un articoletto su La Stampa, sempre di oggi, quando ricorda i limiti strutturali  di cui soffriamo: “Il mercato del lavoro non riesce a includere giovani e donne  (cioè siamo sviluppati a metà), élite estrattive (sic) continuano a trarre rendite da posizioni privilegiate, corporazioni sedimentate (professionisti, tassisti, giornalisti e via arroccandosi) anche nell’ambito di servizi a scarso valore aggiunto, impediscono l’accesso a nuovi soggetti più creativi ed efficienti, sistemi di welfare e di tassazione sono inefficaci nel migliorare la distribuzione del reddito (cioè, se ne approfittano gli abbienti), l’evasione fiscale è una piaga (e questa è una colpa collettiva), la divergenza fra Nord e Sud non è ancora recuperata e aumenta quella tra le aree svantaggiate (presenti anche al Centro-Nord) e i poli dove si concentra la ricchezza”.

Siamo immersi, insomma, in un mare di problemi dalle radici lunghissime che, altro che Euro, esplosero per quanto ricordiamo già con la cosiddetta “Congiuntura” che a metà degli anni ’60 segnava l’esaurimento del cosiddetto miracolo economico del dopoguerra (dette anche il titolo a un film) e ci espose tutti alle inevitabili ricadute in termini di guerriglia interna, crisi della rappresentanza politica, svaccamento dei conti pubblici, eccetera eccetera. E così, finché non sbloccheremo le “cose”, stiamone certi, sarà vano tentare la via di “idee”, più o meno ben narrate, destinate a risultati di audience meritatamente infimi.