Non ha mai mostrato alcun rimorso o segnale di pentimento Dylann Roof, il 22enne autore del massacro nella chiesa della comunità afroamericana a Charleston, in South Carolina, dove aprì il fuoco il 17 giugno 2015 uccidendo 9 afroamericani. Ha respinto con forza le ipotesi su possibili turbe psicologiche e non ha mai chiesto perdono o clemenza, né ha tentato di fornire motivazioni per le sue azioni. La giuria, dopo tre ore di camera di consiglio, ha deciso: il giovane killer è stato condannato a morte. È la prima condanna federale alla massima pena per un crimine dell’odio.

Il 10 gennaio l’omicida di Charleston ha parlato per l’ultima volta davanti ai giudici. “Sento che dovevo farlo“, ha detto. Nei suoi cinque minuti di discorso, sotto lo sguardo inquisitorio della giuria, ha ricordato che il dissenso di un solo giurato sarebbe bastato per risparmiarlo: “Ho il diritto di chiedervi una condanna all’ergastolo – ha aggiunto – ma non so a cosa possa servire”. Poi, alla lettura del verdetto, è rimasto impassibile, mentre diversi familiari delle vittime non riuscivano a trattenere le lacrime.

Voleva “ripristinare la segregazione” o “innescare una guerra razziale. Così aveva risposto Roof agli agenti dell’Fbi quando fu fermato dopo aver compiuto la strage (il video della sua cattura). “Vorrei che fosse assolutamente chiaro: non mi pento di quello che ho fatto. Non c’è nulla di psicologicamente sbagliato in me”, ha ribadito il 5 gennaio scorso.

Il killer era rimasto seduto per 45 minuti nella chiesa piena di fedeli, durante un gruppo di preghiera, prima di impugnare una Glock 45 e aprire il fuoco. L’episodio ha scosso l’America e ha riaperto il dibattito sui limiti alla circolazione delle armi. Inoltre, per la prima volta dopo 50 anni, negli edifici pubblici in South Carolina venne rimossa la bandiera confederata. Un simbolo storico, ma anche un vessillo utilizzato da Roof come ispirazione per compiere il suo folle gesto.