Il pezzo forte del Presa Diretta di lunedì 9 gennaio riguardava Roma, dall’origine dei suoi problemi (“è cresciuta solo a debito”, come ha diagnosticato il Marino, neo assolto dalla bufala degli scontrini) fino ai labirinti self made del Sindaco (votatissimo) Raggi. I contenuti non erano scontati e supportati, ci è parso, da una particolare cura del linguaggio. Il pezzo forte, in questo senso, è stato anche il più semplice, e cioè la riproposizione tal quale del comizio di chiusura di Raggi ormai lanciata alla conquista del Campidoglio. Quel pezzo, visto col senno di poi, rivelava molto del personaggio: impeccabile nel ricorso al repertorio di battute provate e riprovate, capaci di provocare istantanei applausi (Petrolini-Nerone resta però insuperabile); ma era l’impeccabilità secchiona di quelli che ti ripetono a memoria interi pezzi del manuale. E dei quali all’esame non puoi non premiare la fatica, anche se non arriveresti mai a lodare l’ingegno.

Il vero spettacolo tuttavia ci è comparso sotto gli occhi quando abbiamo tirato fuori qualche dato dall’auditel. Nel cuore della trasmissione, tra le 21,30 e le 22.30 Presa Diretta ha raccolto il 6% di share, e cioè un buon risultato paragonato anche ad altre puntate della passata stagione. Ma si tratta di una media che, altro che il pollo di Trilussa, copre due comportamenti opposti: quello dei non anziani, fino ai 54 anni, che non sono andati oltre il 3% e quello degli anziani o quasi, dai 55 anni in su, che hanno segnato il 10%. In modo non dissimile sono andate le cose a Quinta Colonna, a Di Martedì e per lo speciale Agorà). E, anche se i programmi di informazione da sempre sono più seguiti al crescere dell’età degli spettatori abbiamo l’impressione che il fenomeno stia subendo una accelerazione.

Il risultato è che anche la tv generalista, spezzettata com’è ormai in mille nicchie, celebra ogni sera un dialogo fra sordi, non diversamente da quanto avviene sui social che, smentendo il loro nome, spacchettano manie e maniaci in club autoreferenziali. A noi pare un problema grosso, grossissimo, che riguarda in primo luogo il Servizio Pubblico, che non può accontentarsi di ospitare target. E un problema da affrontare, visto che di questi tempi si parla della riforma della informazione Rai, non vagheggiando magici piani più “editoriali” che manageriali. A noi pare l’esatto contrario, e cioè che il problema stia nelle formule e/o nei linguaggi dei programmi (laboratorio peraltro sempre aperto) quanto nelle strutture stesse dell’azienda, a partire dalla pre-destinazione delle tre reti Rai più antiche e dal rapporto non sfruttato con i potenziali espressivi delle diverse macro-anime territoriali del Paese. A dirla in breve, e tornando a Petrolini, non confidiamo in programmi “più belli che pria”, ma in una struttura Rai fortissimamente diversa da quella di adesso.