Dopo nove giorni di indagini serrate, il caso del duplice omicidio del club a luci rosse di Parma arriva a una svolta. Nella tarda serata di mercoledì 4 gennaio è stato fermato Samuele Turco, 42enne ex compagno e convivente di Gabriela Altamirano, la donna di 45 anni trovata morta nella notte del 27 dicembre insieme a Luca Manici, 48enne travestito, più noto con il nome di “Kelly” a Parma e in Emilia Romagna, dove si esibiva in locali notturni. Turco è accusato di duplice omicidio volontario pluriaggravato da circostanze personali e crudeltà ed è stato trasferito nel carcere di Parma. Insieme a lui è in stato di fermo anche suo figlio Alessio Turco, che secondo quanto emerso dalle indagini si trovava sul luogo del delitto insieme al padre e che dovrà rispondere di concorso in omicidio pluriaggravato.

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, illustrate dal procuratore capo Antonio Salvatore Rustico, il movente del delitto sarebbe da ricercare nel turpe e travagliato rapporto che legava la donna di origini argentine a Turco. L’uomo gestiva un ristorante affittacamere sull’orlo del fallimento a Cassio di Terenzo, un paese sull’Appennino parmense, e aveva convinto l’Altamirano, con il suo consenso, a prostituirsi all’interno di club tra Parma, Piacenza e Modena, vivendo quasi esclusivamente dei proventi dell’attività della compagna. Ma il 16 novembre scorso la 45enne aveva deciso di troncare la relazione, cacciando da casa sua l’uomo che da tempo conviveva con lei e le sue figlie e forse anche interrompendo l’accordo che li legava. Secondo gli inquirenti Turco non accettava la scelta e così, dopo averla tormentata per quasi un mese con minacce e molestie, avrebbe deciso di fargliela pagare una volta per tutte, pianificando di ucciderla.

Da chiarire ancora è il ruolo del figlio 21enne e chi abbia materialmente compiuto i due delitti, oltre al coinvolgimento di Manici, anche lui rimasto vittima di una storia piena di ombre.
Il suo cadavere e quello della Altamirano erano stati rinvenuti la notte del 27 dicembre in un casolare alle porte della città, dove Manici gestiva l’Angelica Vip Club, un locale a luci rosse dove metteva a disposizione stanze in cui donne si prostituivano. Il duplice omicidio però risale alla notte del 25 dicembre. Su entrambi i corpi sono stati trovati numerosi segni di arma da taglio e su quello della donna, lasciata morire dissanguata, anche di strangolamento, segno della violenza efferata con cui sono stati consumati i delitti. Ad allertare la polizia era stato lo stesso Turco, che diceva di non riuscire a contattare la ex da giorni. In realtà lui stesso, la notte di Natale, si era fatto prestare un’auto da un conoscente, ignaro del motivo, per compiere l’agguato all’Angelica Club. Sono state le telecamere di videosorveglianza in città e provincia, come ha sottolineato il questore di Parma Pier Riccardo Piovesana, a permettere di ricostruire gli spostamenti di Turco e a individuare la vettura con cui si era recato al casolare a Natale dopo la mezzanotte, allontanandosi da casa dopo che i parenti erano andati a dormire.

Nei giorni seguenti l’attenzione degli inquirenti, coordinati dal pm Emanuela Podda, si era concentrata proprio su Turco, che sui social network si esprimeva con messaggi d’amore verso la sua ex, rilasciando anche dichiarazioni ai giornali in cui giurava sulla sua innocenza. Una messinscena, come i gesti di autolesionismo commessi dopo la convocazione a un nuovo interrogatorio in Questura, che lo avevano portato a ingerire un po’ di detersivo. Per questo l’uomo da giorni era ricoverato nel reparto Diagnosi e cura dell’ospedale Maggiore di Parma. In realtà la sua era tutta una goffa strategia per sviare i sospetti. Ma contro di lui c’erano altri indizi: le molestie e le minacce perpetrate nei confronti della donna da quando lo aveva lasciato, l’invio di foto intime della Altamirano alla sua rubrica contro la sua volontà, che gli era valsa una denuncia per stalking. E infine un tentativo di aggressione, non ancora denunciato, in cui Turco aveva atteso la sua ex compagna nascosto in auto, per poi metterle le mani al collo con l’intenzione di farle male. Tutti particolari emersi durante le indagini degli uomini guidati dal capo della squadra Mobile Cosimo Romano e supportate dalla polizia scientifica.

Con il passare dei giorni anche l’alibi di Turco, che aveva detto di avere trascorso la notte di Natale insieme ai suoi familiari, è caduto nel vuoto e si è arrivati alla ricostruzione di quella maledetta notte. Grazie alla collaborazione del figlio Alessio, crollato di fronte agli inquirenti, è stata rinvenuta anche l’arma del delitto: un coltello da cucina con una lama di 18 centimetri che era stato sotterrato in un parco non lontano dalla sua abitazione. In seguito poi sempre il figlio ha accompagnato gli investigatori in un fienile in disuso vicino al ristorante gestito da Samuele Turco, dove erano stati nascosti i cellulari, un tablet, un pc e un notebook che appartenevano alle due vittime e che erano stati asportati dall’Angelica Club la notte dell’omicidio. Oggetti che saranno analizzati insieme all’arma del delitto per ricostruire i dettagli di quella tragica notte.