Aveva una vita normale, ma – secondo la Procura di Roma – non non pensava altro che pensare al jihad. Oggi per un pizzaiolo marocchino, Abderrahim El Khalfi, arrestato dal Ros a Roma l’1 luglio 2015, è arrivata una condanna 6 anni, 2 mesi e 20 giorni nel processo con il rito abbreviato davanti al gup Monica Ciancio.

L’uomo, 38 anni, è ritenuto appartenente a una presunta cellula terroristica che, secondo per l’accusa, con un’ attività di proselitismo su web, si proponeva anche la pianificazione ed esecuzioni di atti terroristici in Italia e in Nord Africa. Il pm Elisabetta Ceniccola durante la requisitoria aveva chiesto una condanna per associazione con finalità di terrorismo aggravata dal carattere transnazionale, a 12 anni.

Quando El Khalfi fu arrestato (l’ordinanza di custodia cautelare riguardava anche il tunisino Ahmed Masseoudi) il gip motivò il suo provvedimento parlando di una “partecipazione al jihad” “connaturata alle loro vite, ancorché si siano inseriti nella società italiana con attività lavorativa e famiglia, tanto da passare la maggior parte della giornata tessendo rapporti con tutti coloro che condividono l’ideale e i programmi di Al Qaida, alimentandone la risonanza e allargandone le fila. La dimensione informatica, con la costante interazione dei suoi membri – ovunque si trovino, purché connessi in rete – costituisce, infatti il tessuto connettivo dell’organizzazione e consente ai vertici di mantenerne il controllo e assicurarne l’operatività per il tramite delle sue articolazioni cellulari”.

Nei confronti di Masseoudi, invece, pende un mandato di arresto europeo. Secondo gli inquirenti la cellula era dedita al proselitismo, all’indottrinamento e all’addestramento attraverso un sito internet appositamente creato, il ‘i7ur’. In particolare Masseoudi in passato residente a Guidonia, avrebbe amministrato e coordinato le attività del sito, mentre El Khalfi avrebbe provveduto non solo a specifiche sezioni del sito, ma anche alle spese di finanziamento.