mother-islandMusicalmente arrivano con almeno mezzo secolo di ritardo, per evidenti ragioni anagrafiche, ma sono ugualmente credibili questi Mother Island, band vicentina che parte a razzo sin dal primo brano del loro nuovo disco, il secondo, intitolato Wet Moon.

Dopo vari cambi nella line up, sono arrivati a una rapida evoluzione e al consolidamento della famiglia Mother Island, composta da sei elementi, il cui punto di forza è la musa del gruppo, Anita Formilan, la cui voce viaggia ad altitudini strabilianti. Le composizioni sono un melting pot collettivo: partendo da una dimensione rock psichedelica tipica della scena californiana dei Sessanta, il suono è trasversale: tra i brani spiccano To the wet moon che è in stile Jefferson Airplane, con Anita in versione Grace Slick, e On days like these che è un pezzo buono per una serie tv alla True Detective. “Il disco rappresenta un approdo a sonorità e composizioni più pop”, afferma il chitarrista Nicolò De Franceschi, che ha ancora negli occhi l’immagine di “una Venezia al buio, deserta, con noi dopo aver chiuso un concerto, in mezzo ai canali su una barca e la luna che si riflette nell’acqua”. Un momento magico per questa band – che va tenuta d’occhio -, e questo album, sin dal titolo Wet Moon, ne è degno tributo. Qui di seguito l’intervista al chitarrista del gruppo Nicolò De Franceschi.

Nicolò, da cosa deriva il vostro nome Mother Island?
Su suggerimento di un nostro amico, abbiamo pensato di prendere in prestito il nome di un funghetto allucinogeno, che  in realtà si chiama Mother Iceland, ma abbiamo voluto dargli un tono più terreno, quasi primitivo.

Le influenze della vostra musica sono molteplici. Quali sono i vostri gruppi di riferimento?
Senza scadere nel banale, non posso non citare i Beatles, i Velvet Underground, che hanno fatto molto anche per il nostro immaginario,  infatti un certo tipo di oscurità che si nota nelle canzoni deriva proprio da loro, e poi i Pink Floyd, soprattutto nel periodo con Syd Barrett, dunque i primi album. Poi Brian Wilson dei Beach Boys, Electric Toilet e infine Charles Manson, che anche se non si direbbe, musicalmente ha fatto belle cose.

Quali sono le principali differenze fra Wet Moon e il precedente Cosmic Pyre?
La prima differenza sta nel modo in cui abbiamo lavorato: quando abbiamo scritto Cosmic Pyre suonavamo insieme da poco tempo, non ci conoscevamo abbastanza, e infatti penso che si senta a livello di sound, che è molto eterogeneo. È, insomma, il classico primo disco di una band. Per Wet Moon invece avevamo le idee più chiare, anche se abbiamo lasciato spazio a piccole divagazioni. Le sonorità spesso si staccano dal fulcro del disco rendendolo più compatto e maturo,e scalfendo gli arrangiamenti ci siamo avvicinati a una forma canzone-pop.

Siete una band che si autodefinisce malinconica: qual è il motivo?
Deriva dal nostro modo di approcciare alle cose, ma soprattutto dall’essere musicisti in Italia, dover scendere a certi compromessi è la norma. Negli altri Paesi invece è una cosa impensabile. Ma più in generale la nostra malinconia è semplicemente una attitudine che abbiamo e che cerchiamo di tradurla in musica. Un disco come Wet Moon non penso che si possa fare se non si è in un certo qual modo.