Svettava nella classifica dei best seller del Times e ci rimase per 48 settimane. Era l’inizio del suo baraccone mediatico. Avevo chiesto all’amico Daniele Bodini, un pezzo grosso del real estate non solo newyorkese, attualmente chairman dell’American Continental Properties Group, di prendermi un appuntamento. A Bodini bastò alzare il telefono e il giorno dopo attraversavo l’atrio in marmo rosa del Trump Tower. Sembrava la casa di Barbie, il suo ufficio invece, ai piani alti del grattacielo, con vetrate spalancate su Manhattan, marmo nero e rifiniture dorate, assomigliava a un show room di pompe (non quelle che ha promesso Madonna a chi vota Hillary) funebri. Allora era soltanto un palazzinaro spregiudicato, come lo era stato il padre. L’intervista, una formalità, era solo per stringerci la mano, le domande scritte dovevo invece consegliarle alla segretaria, per essere compilate dal suo addeddo stampa. Già da allora Donald Trump era allergico alla libertà di stampa. L’arroganza dell’uomo era tracimante, mentre parlava il faccione, già sormontato dal ciuffone, diventava rubizzo. Chi lo avrebbe immaginato che sarebbe diventato il riporto più famoso d’America. Già allora aveva problemi di capigliatura, ma almeno si accontentava di un più naturale castano che negli anni, in piena crisi trigologica, scivolava in tutte le sfumature del giallo/pagliereccio che neanche Van Gogh avrebbe avuto in tavolozza.

Trump, che ha detto che alle donne poteva fare quello che voleva perché ricco e famoso, mi invitò con fare insinuante a un incontro di pugilato, ad Atlantic city dove aveva casino e alberghi. Erano i tempi di una mia, diciamo frequentazione, con Mike Tyson, l’allora campione dei pesi massimi. Rifiutai, DT non ha insistito più di tanto. Forse, non ero il suo tipo. Decisamente, lui, non era il mio. “The art of the deal”, l’arte di fare affari, praticamente con tutti, politici e faccendieri e anche con il ghostwriter Tony Schwartz che ha contribuito a creare il mito Trump. Il libro fu un successo fenomenale di cui adesso prova un profondo rimorso espresso in un tweet: “I put lipstick to a pig” ( Ho messo il rossetto su un maiale). Mentre Edward Kosner, l’editore della iconica rivista New York, ci è andato più pesante: “Tony ha creato Trump. Lui è il dottore Frankstenstein”. Il burattinaio Schwartz faceva dire DT: I don’t do it for the money. I’ve got enough, much more than I’ll ever need. I do it to do it. Deals are my art form. Other people paint beautifully on canvas or write wonderful poetry. I like making deals, preferably big deals (Non lo faccio per soldi. Ne ho abbastanza. Lo faccio per farlo. Gli affari sono una forma d’arte. Altra gente dipinge o scrive. Io faccio affari, preferibilmente quelli grossi).

Lo scrittore fantasma Schwartz si rifiutò di scrivere il seguito, il manuale numero due. Cominciò invece la stesura del libro del pentimento “What Really matters” ( Quello che veramente conta), sulla ricerca del senso della vita. E per completare la sua “catarsi” ha incominciato a dare in beneficenza le royalties della sua creatura “The art of the deal” al National Immigration Law Center, al Human Rights Watch, al Center for the Victims of Torture. Più copie vende e più soldi arrivano a quella categoria di persone che DT vorrebbe scomparissero dalla faccia della terra.
Martedì si vota per quello che diventerà il più potente del mondo. E vinca chi colpisce più basso.
Twitter: @januariapiromal