A 41 anni esatti dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini si potrebbe riaprire l’inchiesta sulla sua morte, o almeno è quello che auspica il legale del cugino dello scrittore, l’avvocato Stefano Maccioni che ha chiesto, con un’istanza alla Procura di Roma, la riapertura delle indagini perché “è stata trovata una traccia di Dna integro – spiega Maccioni – sulla maglia che indossava Pelosi quando Pasolini è stato ucciso a Ostia, la notte tra il primo e il 2 novembre 1975. È una traccia biologica evidente che certifica la presenza di un terzo uomo quella notte oltre allo scrittore e Pino Pelosi, l’unico ad essere stato condannato per l’omicidio”.

Nessuna testimonianza stavolta ma un dato scientifico, su suggerimento della criminologa Imma Giuliano, della genetista forense Marina Baldi che, partendo da quanto contenuto nella relazione finale dei carabinieri del Ris (della precedente inchiesta archiviata nel 2015 ndr), ha evidenziato che sulla maglia di lana indossata da Pelosi, oltre al Dna dello scrittore, c’è un altro Dna misto a quello di Pasolini e un terzo Dna integro estrapolato da una traccia verosimilmente ematica. “Sul reperto, maglia di lana a maniche lunghe – si legge nella relazione – ci sono altri due Dna, di cui quello del “2° soggetto ignoto” è misto al Dna di Pasolini ed è stato riscontrato anche su altri reperti, ma quello appartenente a “3° soggetto ignoto” è un profilo singolo, estrapolato da una traccia verosimilmente ematica. Quindi – sottolinea la dottoressa – c’è l’impronta biologica di qualcuno che, nel momento in cui c’è stato il contatto con la vittima, era ferito, con ferita recente perché perdeva sangue”. “La dottoressa Baldi ritiene che la Procura – prosegue Maccioni – potrebbe restringere il campo di azione utilizzando la Next Generation Sequencing, una tecnica che permette l’associazione di alcuni assetti genetici con alcune caratteristiche fisiche, quale colore degli occhi, della pelle, dei capelli ed alcuni tratti somatici, indagando nell’ambito della criminalità romana dell’epoca, considerando soprattutto coloro che gravitavano intorno alla neo nascente Banda della Magliana“.

Questo per due motivi specifici. Il primo si chiama Aldo Semerari, criminologo e psichiatra che verso la metà degli anni settanta, parallelamente alla sua attività medico-forense, ricoprì un ruolo di cerniera tra formazioni dell’eversione di destra, degli ambienti della criminalità organizzata e di frange deviate degli apparati di sicurezza. “Abbiamo evidenziato questo nome – sottolinea l’avvocato – che ricorre anche nella memoria presentata dai pm in relazione al processo Mafia Capitale e che guarda caso era stato anche il consulente psichiatrico di Pino Pelosi nel primo processo”. L’altro motivo è una foto che ritrae il cadavere di Pasolini sul luogo del delitto accerchiato da varie persone, tra le quali, presumibilmente “anche Maurizio Abbatino – conclude Maccioni – e altri soggetti che entreranno a far parte della neo nascente Banda della Magliana”. In questi anni vari testimoni hanno raccontato che Pasolini e Pelosi non erano soli quella sera, sconfessando la tesi del delitto maturato a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, ma in sede giudiziaria questa tesi non è mai stata accettata. Lo stesso Pelosi, reo confesso, a 30 anni dalla morte dello scrittore ha ritrattato. Ora spunta un Dna che può riaprire il caso.