Cinquantamila euro tutte queste cose? È tanto…”. Elena Corina Boicea è stupita. La compagna del comandante Giovanni Di Guardo, ex direttore del commissariato della Marina arrestato per corruzione il 14 settembre, è abituata al lusso, ai negozi migliori nei quali spende migliaia di euro, ma evidentemente anche per lei 50mila euro per arredare una casa non sono pochi. Eppure non si preoccupa più di tanto perché in fondo a pagare sono gli imprenditori che si aggiudicano appalti con la forza armata. La donna lo sa, per gli investigatori che l’hanno arrestata qualche settimana fa è pienamente a conoscenza delle attività illecite del compagno e in alcuni casi si è offerta persino per ricoprire un ruolo attivo, anche come collettore delle tangenti.

Ma l’inchiesta del pubblico ministero Maurizio Carbone e dei finanzieri della Sezione Tutela dell’economia del Nucleo di Polizia Tributaria, dopo gli esplosivi elementi raccolti con le intercettazioni, ora comincia ad arricchirsi dei primi contributi degli indagati. Già perché gli imprenditori arrestati hanno già iniziato a parlare. Il primo a vuotare il sacco è stato Paolo Bisceglia. È stato lui a confermare l’acquisto dei mobili. “È vero – ha confessato l’imprenditore in carcere a Pisa – ho comprato dei mobili per la casa del Di Guardo per una somma complessiva di 50mila euro” per “ingraziarmi il suo favore per successive forniture, fondamentalmente per evitare intralci”. Ungere le ruote a Taranto non era solo conveniente, era necessario. “Di Guardo – ha confessato l’imprenditore – mi ha costretto a pagare, non mi ha puntato la pistola”, ma “diciamo che sulla base di Taranto era una consuetudine, lo immaginavo, non me lo ha detto nessuno. Sapevo che per poter lavorare dovevo pagare il Di Guardo”.

Insomma Bisceglia si è solo “adeguato al meccanismo”. In cambio ha ottenuto aggiudicazioni: negli ultimi 12 mesi, da quando al vertice c’era Di Guardo, le società a lui riconducibili, hanno fatturato oltre 400mila euro con sole due gare d’appalto. Un mercato nuovo quello della base di Taranto per Bisceglia: “non avevo mai lavorato a Taranto, ma con il Di Guardo sì”. L’arrivo del capitano di vascello Di Guardo inviato per “fare pulizia” dopo la prima bufera giudiziaria, quindi, non solo non ha debellato l’illegalità, ma stando a quanto emerge dalla nuova inchiesta ha permesso a nuovi imprenditori “amici” di entrare nel business delle tangenti. Sotto la lente dei finanzieri, al momento, sono finiti appalti per 4 milioni di euro in un anno. Chi accettava di stare nel giro doveva anche venire incontro alle esigenze dell’ex direttore del commissariato militare. Pagando gli abiti lussuosi della compagna, l’affitto e le bollette della villetta dove i due vivevano, i catering per feste e festicciole e poi pranzi, cene e persino la manutenzione dell’auto e il noleggio. A Bisceglia, però, viene affidato anche un compito di estrema fiducia. Quando Di Guardo si rende conto che le fiamme gialle sono sulla sue tracce, convoca l’imprenditore e gli chiede di portare con sé una busta con denaro contante.

“D: fai una cosa… fai una cosa…

B: al limite la apro e vedo.

D: bravo! Allora, tieniti… dieci, quindi, quindici li porti su, dieci tieniteli e gli spari portameli.

B: perfetto! Ok.

D: seimila quello che sono, cosi io li uso qua per…

B: va bene! Cos! tu sai che io … a me mi rimangono dieci.

D: dieci.

B: tutta la differenza …

D: tutto il resto lo porti su.

B: va bene!

D: anzi fa una cosa, senza bisogno che li conti, dieci te li tieni e il resto portalo su.

B: perfetto!”.

Un punto confermato dall’indagato che ha spiegato di aver “portato una busta da Taranto a Pontremoli che sapevo che era piena di soldi perché me lo ha detto il Di Guardo. Io non l’ho aperta non so quanti ne contenesse”. Sulle sue rivelazioni gli inquirenti stanno lavorando a tamburo battente e l’inchiesta potrebbe presto portare scuotere i palazzi di altre basi militari come Augusta, La Spezia e Roma. Del resto nelle carte dell’inchiesta il gip Valeria Ingenito ha chiarito che gli inquirenti dovranno “necessariamente verificare con accuratezza tutti gli appalti gestiti in questi anni dalla Marina Militare” e “approfondire ulteriori collegamenti e complicità di cui gli indagati si sono avvalsi”. Chi sono allora i complici di Giovanni Di Guardo? È lui stesso a dare una pista da seguire agli investigatori quando ignaro di essere ascoltato afferma “là (a Taranto, ndr) io devo essere… minchia… lindo e pinto perché se no lì mi arrestano (…) non è che si scherza… lì non siamo né ad Augusta e manco a La Spezia”. Perché forse l’ex direttore di Maricommi, secondo il giudice, non è “nuovo a tali condotte” ed è “abituato” a metterle in pratica in altre realtà come “Roma, La Spezia ed Augusta”.