CLUJ – “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” (Gotthold Ephraim Lessing)

Per la sua terza produzione in terra rumena, sempre con il Teatro Nazionale di Cluj e la folta compagnia stabile dell’ente nel nord della Romania, il regista Roberto Bacci dopo aver rovistato le coscienze prima dell’Amleto e successivamente dei fantasmi aleggianti nel Giardino dei ciliegi, si immerge nell’enigma sfingico del Don Giovanni da Moliere, da sempre studiato, sviscerato, analizzato nel suo impasto inscindibile tra estetica e dramma, ricerca spasmodica della bellezza e depressione, infinito arrovellarsi nelle conquiste e mal di vivere, collezionismo di corpi caldi e paura di morire.

Un Giano bifronte che di giorno ha trine e ciprie e profumi la sera diventa toro, un bipolarismo che lo porta all’eccitazione nel preludio, nell’anticamera della caccia, nella premessa del morso sulla preda fino alla delusione a coito soddisfatto. Pienezza e vuoto nel Don Giovanni (trattato da Mozart come da Goldoni o Kierkegaard e Tolstoj, Lord Byron e Puskin, George Bernard Shaw e Rostand, Saramago, Balzac e Flaubert) magma incandescente che ha fame e appetiti ancestrali, strumenti raffinati per condurre le danze e abissi di solitudine che nessun corpo, nessun nuovo sorriso potranno mai aggiustare, colmare, riempire.

La sua è più una rincorsa che una corsa, quasi volesse raggiungersi, agguantare la propria ombra. Terribilmente affascinante la sua psiche, il suo arrovellarsi arroventato, il suo cercare quel che non c’è: la perfezione. Al di là del piacere, patina superficiale della figura, nel Don Giovanni (qui, a tratti, vicino a Nosferatu) è ben visibile e riconoscibile la sua decadenza e frustrazione, la sua profonda impotenza di fronte allo scorrere del tempo, la noia che lo avvolge e alla quale non riesce a porre rimedio o unguento salvifico. Sfarzo luccicante e vortice buio.

In questa distanza e dicotomia, in questo buco nero si infila il Don Giovanni (la drammaturgia è del fedele collaboratore Stefano Geraci) del regista di Pontedera Teatro (per la prima volta in carriera si cimenta con le risa sincere che arrivano dalla platea) che prepara il terreno con una lunga elaborazione divertente e leggera, anche comica, per poi, negli ultimi quadri, mostrare il lato altamente tragico dell’animo del protagonista.

In un palco sfondato, come la sua scissione e spaccatura interiore, come vagina e porta che conduce alla felicità, intesa come appagamento sessuale ma anche serena consapevolezza, un cielo che ricorda quello della Cappella Sistina che contrasta con la terra marrone (imperiose le scene di Marcio Medina), con una rena granulosa da cantiere che imbratta più vicina al fango, come quello primordiale ma anche come quello delle sabbie mobili.

In questo quadro fortemente connotato da bellezza celeste e brutture terrene tre donne si aggirano, ancelle-fantasma, mute, svuotate, cariche di domande silenziose inevase (preparate dall’aiuto regia Silvia Pasello; infatti ricordano le tre sorelle il Lear sempre a cura del regista pisano con i sandali grotowskiani), zombie eteree e sporche la cui presenza è colma, per niente indifferente, assai inquietanti, simili ai soldati cinesi di terracotta, si muovono in punta di piedi, lievi e tacite.

Questo Don Juan è perfidamente freddo, “lo scandalo della vostra vita” lo incalza il servo Sganarello, cinico lucido e razionale, falso, imbroglione impunito, disonesto cronico, truffatore incallito, irresponsabile che non solo vuole godere e vivere nel piacere ma si compiace del dolore inferto agli altri, dell’instillare dubbi, nel distillare promesse vane.

Il desiderio si fa serpente velenoso che infetta ogni pensiero, ogni azione diviene macchinazione machiavellica, senza scrupoli, bugie e sospetti, intrighi, trame ordite alle spalle degli altri, da abile ed esperto manovratore e manipolatore diabolico. Don Giovanni vuol far passare, per esorcizzarla, la sua infelicità labirintica agli altri intorno a lui, come per endovena, credendo di utilizzare gli altri per i propri giochi subdoli scende ogni volta d’un gradino nella melma imperdonabile.

In una lunga serie di incontri, come gironi danteschi, nessuno riesce non tanto a redimerlo ma a porgli davanti uno specchio per fargli vedere che razza di uomo è, “perché fermiate la vostra corsa verso l’abisso”, come lo scongiura Donna Elvira. Una lunga galoppata a precipizio nel nero dipinto di nero.

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. (Friedrich Nietzsche)

© Foto di Nicu Cherciu