Un nunzio nella zona di un conflitto che appare infinito, e un vescovo in pensione, buon teologo, pastore sensibile e vicino al suo popolo. Nessun vescovo residenziale, nessuno con incarico di curia: gli italiani che riceveranno la berretta nel concistoro del 19 novembre, confermano la irrilevanza per il Papa latinoamericano della consuetudine delle diocesi “cardinalizie” o dei ministeri di curia che portavano direttamente alla porpora. In particolare colpisce l’assenza di vescovi italiani residenziali, visto che nei due precedenti concistori, Bergoglio ne aveva “premiati” alcuni, seppure di diocesi più periferiche, del tutto impreviste, come Gualtiero Bassetti di Perugia, Edoardo Menichelli di Ancona e Francesco Montenegro di Agrigento. Colpiscono anche i numeri: due “soli” italiani nuovi cardinali, di cui un solo elettore. Una sorpresa nella sorpresa di un concistoro che tra l’altro assegna la porpora a un solo vescovo di curia, l’americano Kevin Farrell, e a due soli arcivescovi di grandi diocesi europee, Carlos Osoro Sierra a Madrid e Jozef De Kesel a Bruxelles.

Due soli italiani, dunque, ma monsignor Mario Zenari, nato a Villafranca in provincia di Verona 70 anni fa e nominato nunzio in Siria da Benedetto XVI il 30 dicembre 2008, apre l’elenco dei nuovi cardinali annunciato oggi dal Papa, e imprime al prossimo concistoro un indirizzo preciso: il riconoscimento degli sforzi per sostenere la “martoriata Siria“, le popolazioni sfinite, chi cerca la pace. Zenari, infatti, ha specificato il Papa ai fedeli, pur diventando cardinale, resterà nunzio in Siria. La berretta è dunque un sostegno alla diplomazia della misericordia come strumento per risolvere i conflitti e sostenere chi li subisce.

L’altro italiano che avrà la porpora, ma che avendo superato gli ottanta anni non potrebbe votare in un eventuale conclave è il vescovo emerito di Novara, monsignor Renato Corti, del quale papa Francesco ha detto di voler premiare “l’essersi distinto nel servizio pastorale“. Corti, nato a Galbiate, in provincia di Como, ha compiuto ottanta anni lo scorso marzo, è stato ausiliare di Milano e vicino a Carlo Maria Martini, vescovo di Novara fino al 2011, è stato anche per un decennio e fino al 2005, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, e nel febbraio 2005 ha predicato gli esercizi spirituali alla curia romana, gli ultimi ai quali ha partecipato Giovanni Paolo II. Se la salute non lo avesse tradito, da Novara sarebbe stato “in corsa” per diocesi considerate più prestigiose, Milano compresa.

Per l’Italia, come per il resto del mondo, non ci sono dunque più diocesi “cardinalizie”: restano senza berretta anche questa volta il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, e l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia. Resta senza il presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, Rino Fisichella. Del resto, come accennato, l’unico curiale che otterrà la berretta il prossimo novembre, è l’americano Kevin Joseph Farrell, prefetto del nuovo dicastero per Laici, famiglia e vita, una berretta con la quale si rafforza la riforma della curia alla quale il Papa e il Consiglio dei nove cardinali stanno lavorando con determinazione. Rimane invece per ora senza porpora Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione.

La fine degli automatismi per giungere alla porpora argina senza dubbio il carrierismo, malattia sempre denunciata da Papa Bergoglio, da cui la Chiesa italiana non si è mostrata immune. E questa è senz’altro una prima indicazione per la chiesa in Italia dell’annuncio di oggi. Una seconda potrebbe essere l’incoraggiamento a ripensare il proprio ruolo nella Chiesa universale, a partire dalle urgenze del proprio popolo e dei propri fedeli. I vescovi come piacciono a Francesco – capaci di stare davanti, in mezzo e talvolta dietro al proprio popolo – probabilmente non considerano la porpora una priorità.