Copertina di Fabio Imperiale

Il bambino

Di Darwin Pastorin, giornalista e scrittore

Io ho visto giocare Francesco Totti in una strada di polvere e ricordi nel quartiere Cambuci di San Paolo del Brasile, rua Nossa Senhora de Lourdes.

Era il bambino mulatto che palleggiava e palleggiava e palleggiava sino al tintinnare del crepuscolo, sorridendo alle nuvole. Era il bambino musulmano che dribblava tutti gli avversari e poi ritornava indietro a riprovarci ancora. Era il bambino ebreo che calciava di destro e di sinistro e sapeva farsi valere anche di testa. Era il bambino giapponese che correva dietro il pallone e, nello stesso tempo, inseguiva il buffo ondeggiare dell’aquilone. Era il bambino polacco che aveva un tiro così possente che anche gli alberi si abbassavano per lo spavento. Era il bambino italiano che si divertiva a far segnare i compagni con tocchi precisi.

Francesco Totti era già presente in tutte le giovinezze del calcio.

Il giovedì dei vecchietti

Di Ruggiero Rizzitelli, ex calciatore di Roma, Torino e Bayern Monaco, opinionista televisivo.

C’era questo ragazzino che veniva ad allenarsi con noi in prima squadra, aveva 16 anni. Il giovedì gli anziani non avevano voglia di stancarsi troppo, volevano tirare il fiato. I ragazzini si impegnavano e i vecchietti volevano riposare. E di conseguenza un ragazzino che ci metteva troppo impegno veniva costretto a cambiare idea sul campo, ed erano botte. Metaforiche, ma pur sempre botte. C’era un certo nonnismo, per quanto pacato, all’epoca. Per entrare nello spogliatoio e prendere l’acqua dovevi chiedere il permesso, quando il vecchio dava gli scarpini da sformare ai ragazzi questi erano felicissimi. D’altronde quando da ragazzo capitava a me, di ricevere uno scarpino da sformare, ero felicissimo.

Questo ragazzino in particolare i vecchietti li faceva ammattire. Non c’era verso, non c’era pedata o spintone che lo facessero desistere. Tunnel, dribbling e i vecchietti lo massacravano. Lui incassava, si rialzava senza dire una parola, e la volta dopo tornava e di nuovo giù tunnel, e dribbling.

Il settore giovanile giallorosso già allora era importante, erano tanti i ragazzini molto bravi. Da parte nostra, quella dei vecchietti, c’era la percezione di avere a che fare con uno dei giovani più quotati, ce ne sono tanti in fondo, e tanti si perdono, bisogna avere la testa per arrivare ai livelli più alti. Lui ce l’aveva, ma nessuno di noi avrebbe potuto immaginare quello che è arrivato a rappresentare oggi per la storia del calcio italiano.

Sono diventato calciatore della Roma e suo tifoso allo stesso tempo. Perciò, per uno come me, vedere esordire al proprio posto un certo Francesco Totti è stata un’apoteosi. La sfortuna piuttosto, il grande rammarico, è stato vederlo solo crescere e non poter giocare col calciatore che è adesso.

Per esempio io ho sempre invidiato Perrotta, che ha segnato tanto giocando a invertire gli spazi in campo insieme a lui. Nella mia carriera ho ricoperto tutti i ruoli del reparto offensivo: ho fatto l’ala, la seconda punta, il centravanti, dicevano che ero un attaccante moderno perché mi piaceva correre, attaccare gli spazi, coprire, tornare a dare una mano ai compagni. Mi piaceva davvero, io godevo nel tornare indietro, nessuno mi costringeva. Ecco, io avrei voluto indossare la maglia della Roma con Francesco davanti o di fianco, con quella palla alle spalle dei difensori che solo lui sa mettere, come se avesse gli occhi sulla nuca.

Un gelato americano

Di Lorenzo Di Livio, calciatore della Roma in prestito alla Ternana

Avevo sette anni, ero alla mia prima stagione nei pulcini della Roma. Ricordo che un pomeriggio a Trigoria, mentre camminavo insieme ai miei compagni in direzione del campo che oggi è dedicato alla memoria di Agostino Di Bartolomei, una macchina scura si accosta a noi,  il guidatore abbassa il finestrino e ci rivolge la parola. Non l’avevo mai visto prima dal vivo, era Francesco Totti.

«Siete della Lazio?», ci domanda. Sorrideva.

Noi non sapevamo cosa rispondere. Con un filo di voce ci siamo affrettati a ripetere una serie di no e poi no. Allora lui mi guarda, mi riconosce perché ha giocato con mio papà (Angelo, ndr) in Nazionale, e mi fa: “tu sei della Juve, come tuo padre”.

E io: no, no, io sono della Roma.

Quando sono nato Francesco Totti era già nella Roma da diversi anni, lo guardo perciò giocare, e lo ammiro, da tutta la vita. Quando poi sono arrivato nel settore giovanile lui era ancora lì. Immaginate cosa possa voler dire passargli la palla o ricevere da lui il pallone sul campo. Devi farci l’abitudine e prendere confidenza, altrimenti rimani lì a guardarlo.

Quello che dice ha sempre un peso particolare, e il bello è che spesso sono battute, parole che in realtà non vorrebbero avere altro senso se non quello di farti sorridere, ma che un senso lo acquistano, il senso della storia del calcio. Nonostante tutte quelle partite nelle gambe, da venticinque anni mette ancora la palla là dove deve stare. Io invece di anni ne ho solo diciannove e la scorsa estate, durante il soggiorno della squadra a Boston, ho avuto modo di passare del tempo prezioso insieme a lui, nelle ore libere in giro per la città. Perché è con noi ragazzi che Francesco Totti sceglieva di passare quel tempo, portandoci in giro a prendere il gelato, ovviamente offrendolo a tutti, mettendosi a ridere e scherzare con noi, seduti su una panchina americana. In campo poi non c’è bisogno di parole, ti aiuta facendoti vedere come gioca.

E a quel punto anche solo il fatto di scendere in campo insieme a lui in un match ufficiale diventa uno dei tuoi sogni più grandi.

“Facce piagne”

Di Giorgio Tirabassi, attore

Sono molto legato a Francesco Totti, d’altronde ha fatto vivere una favola ai romanisti come me. Qualunque tifoso sogna di avere nella sua squadra uno dei giocatori più forti al mondo, col 10 sulle spalle. A Roma abbiamo avuto diversi giocatori molto forti, tanti idoli e tante bandiere, ma pochi tra questi sono stati grandi anche rispetto alla storia del calcio, in senso assoluto. Era un po’ come quando, da ragazzini, si aspettava la Befana.

Ricordo che venticinque anni fa, frequentando lo stadio, sentivo spesso dire “Ci sta un biondino che se cresce bene…”. E lui ha mantenuto la promessa, è arrivato a 40 anni in una forma invidiabile, e ha fatto vedere a tutti che i 40 anni di adesso non sono quelli di allora. Ricordo l’anno in cui la Roma vendette Capello e Spinosi alla Juve e al loro posto venne Luis Del Sol, che all’epoca aveva 36 anni e veniva considerato un “vecchio”. E se andate a cercare la sua figurina adesso capirete perché, all’epoca uno di 36 anni poteva dimostrarne anche dieci di più.

D’altronde era un altro calcio. I 40 anni di Totti sono un segnale per tutti quelli che verranno dopo, probabilmente sarà sempre più frequente vedere un giocatore così longevo  ma dipenderà dal ruolo e soprattutto dai piedi. Non tutti hanno i suoi, con i quali riesce a mettere in porta qualcuno soltanto usando gli occhi, grazie alla sua lungimiranza. Ultimamente mi ricorda il protagonista di una trama da film western, l’uomo tranquillo che se ne sta in pace fino al momento in cui c’è una situazione da risolvere, poi arrivano vecchie conoscenze e lui deve rimettere mano alla fondina. Oggi le partite le guardo aspettando il groppo in gola che mi prende quando lo vedo giocare. La parola d’ordine è “facce piagne”. E lui ci fa piangere, di gioia e di commozione.

Gli auguro una bellissima vita e un grande equilibrio in tutto quello che verrà dopo, perché la vita comincia a 40 anni.

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Illustrazione di Valentina Caruso

La lettera (una storia vera)

Di Simone Vacatello, direttore editoriale di Crampi Sportivi

Francesco Totti sa sempre da dove viene, lo avrebbe saputo anche se non avesse fatto il calciatore, a maggior ragione lo sa nel giorno in cui tutta la sua casa/città festeggia i suoi quarant’anni. D’altronde non sarà stamattina la prima volta in cui Francesco si sveglierà espressione e al contempo estensione di Roma, si tratta di un privilegio che ha conquistato nel corso di un rapporto lungo, simbiotico ed edificante per entrambi, che dell’appartenenza ha resistito a tutti i bassi e a tutti gli alti. Io, che sono nato poco meno di dieci anni dopo di lui, da dove vengo non l’ho mai saputo decidere, ho lasciato fare alle proiezioni degli altri. Appartenenza è una maglia della quale non ho mai trovato la giusta misura. A volte era troppo attillata per il mio fisico modesto, a volte troppo larga. Come Balto, ho sempre e solo saputo cosa non ero, o meglio da dove non venivo. Una delle prime volte in cui i miei due indirizzi si sono seduti al tavolo insieme, però, è stata per merito di Francesco.

Circa vent’anni fa avevo ancora nella mia vita due nonni dalle generalità distanti ma da una passione comune, la squadra per cui Totti oggi gioca ancora. Mia nonna paterna era calabrese e ha raramente lasciato il suo paese natale, mio nonno materno era romano e ha passato cinquanta estati della sua vita in Calabria. Nonna Elvira, preoccupata per le voci di mercato che riguardavano l’allora ventenne talento della Roma, chiese a nonno Franco di aiutarla a scrivere una lettera a Franco Sensi, una lettera vera e propria, cartacea, che poi venne imbustata e alla quale fu applicato tanto di francobollo, in cui faceva espressamente richiesta al presidente di non vendere mai Francesco Totti. Mai. Nonno Franco scrisse la lettera e nonna Elvira la firmò. La lettera non ricevette mai risposta, però oggi so che arrivò a destinazione.

L’esperienza insegna

Di Giulia Villoresi, scrittrice

L’esperienza insegna che facciamo bene ad avere i timori che abbiamo; che non c’è niente di peggio che uno spirito d’avventura fasullo per rovinarsi la vita. Il mio pensiero, nel giorno in cui sono partita, tornava spesso a Francesco Totti. Un giocatore del suo talento, dicono alcuni, poteva andare ovunque, poteva andare al Real Madrid, ma il suo provincialismo gliel’ha impedito inchiodandolo a Roma. E che cosa ha vinto la Roma? E che cosa ha vinto Totti? Non sono d’accordo. C’è chi ambisce al premio materiale e c’è chi punta più in alto. I veri artisti riproducono la propria vita nell’arte: veder giocare Totti e vederlo vivere è tutt’uno. Se a un genio non gli va di partire non deve partire. Non c’è niente di peggio che uno spirito di avventura fasullo, per sprecare i doni del cielo. Il suo volto leonardesco, da salamandra, non si mischierà con le figurine del Pallone d’Oro.

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Sotto Totti

Di Paolo Di Paolo, scrittore

Posso, di mio, ricordare la nera stagione 1997/1998 e il glorioso 21 novembre 1999, il poker di Montella più il gol di Francesco Totti il 10 marzo 2002, la maglietta “Sei unica”, e così via. Ma più in generale, ricordo lui. Di stagione in stagione, di derby in derby: ne ha giocati quasi quanti i suoi anni. Un ventennio in serie A, che coincide con la vita cosciente di chi, come me, era un bambino mentre lui esordiva. La sua fedeltà alla squadra, oltre ai miracoli sul campo, ne ha prodotto uno fuori, non da poco: tenere unite nell’ammirazione quattro generazioni di tifosi. I nonni, i padri, i figli e i nipoti nati negli anni Duemila, che già indossano con orgoglio la maglia numero 10. Quattro generazioni pronte a trepidare insieme allo stadio o davanti alla televisione, anche nel segno di questo capitano. Per lui, l’impresa di superare Piola riparte ogni domenica. L’impresa di superare sé stesso, invece, non ha traguardi. O forse è già compiuta, se il suo nome non è più solo il nome di un grande giocatore ma anche di un’epoca. Si potrebbe dire «sotto Totti» come si direbbe «sotto Giulio Cesare», o sotto un tale governo.

Sotto Totti siamo cresciuti, diventati grandi, ci siamo innamorati (ero geloso quando una ragazza romanista me lo nominava come il suo idolo), abbiamo riso, gioito, maledetto i risultati, talvolta allenatori e squadra, tutto – e lui c’era, come una certezza intoccabile, su un altro piano. Sul piano non solo del calcio, ma della vita. Questo eterno ragazzo generoso, capace di suscitare simpatia come nessuno anche fra gli avversari, auto-ironico, a volte un po’ sbruffone, questo «talento purissimo» – così Mazzone lo definì vent’anni fa – ha segnato la storia di una squadra, certo, ma anche quella di molti noi.

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