È piuttosto ovvio che quella del gender sia quasi totalmente una battaglia politica. Si sa che esistono teorie e studi di genere, si sa che esiste perfino un’ideologia femminista che ha vissuto i suoi anni d’oro qualche decennio addietro e che ha lasciato un’eredità, per qualcuno scomoda, per altri importante. Si sa che esiste un decreto “Buona scuola” emanato dal governo Renzi nel 2013 che contempla sul piano del riconoscimento del rispetto delle differenze e del rispetto delle minoranze, solo elementi di buon senso.

In più. I maestri della scuola italiana di oggi sono gli stessi di ieri. Certo non più inclini oggi di ieri a diffondere ideologie omosessuali o pericolose campagne di sessualizzazione precoce degli allievi e neppure ridicoli tentativi di lesione della famiglia tradizionale. Non si è poi mai spiegato del tutto quale vantaggio ricaverebbe la presunta lobby omosessuale da quel più o meno dichiarato delirio in cui qualcuno punterebbe alla riduzione della creazione di nuove famiglie tradizionali in grado di espletare riproduzioni in maniera naturale. Chissà che qualcuno non arrivi a pensare che in fondo a questo tunnel qualcuno non fantastichi addirittura la fine del mondo; in un film di serie B ci starebbe alla fine l’invasione di marziani. Ovviamente gay.

Nel frattempo al principio di questo strano delirio pansessualista entra in attività a inizio anno scolastico l’apparentemente quasi innocuo telefono anti gender della regione Lombardia (per la cronaca risponde all’800.318.318) dell’assessore Cristina Cappellini illuminata sulla via della neocrociata contro l’ideologia gender.

C’è da domandarsi, per chi come me è incline a ritenere che nessun tragico germe sta traversando le scuole frequentate dei nostri figli, che fine farà quest’iniziativa? Il telefono resterà muto? No di certo. Troppo ghiotta l’occasione, per l’italico genitore, per esprimere una lamentazione peraltro arricchita da un prelibato boccone ideologico. Quindi. Chi chiamerà? Molti.

Magari all’inizio qualche scherzo dei militanti attratti dall’occasione di prendere in giro le sentinelle per l’occasione non più in piedi ma sedute ai centralini… e poi?

Immagino una prima categoria, quella dei pignoli, che, suggestionati dalla campagna gender, chiameranno credendo di vedere qualcosa di nuovo e di pericoloso nel solito polveroso programma di scienze, qualcosa di scabroso perfino nel consuntissimo quasi incomprensibile documentario su api e fiori da sempre somministrato per spiegare ai bambini la riproduzione umana alludendo sempre senza però citare mai la realtà dell’unione genitale, temendo che la scena primaria generi un irrisolvibile trauma infantile. Questi saranno noiosi ma innocui.

Una seconda categoria, che voglio sperare saranno residuali, intercetteranno qualche reale fatto degno di attenzione, qualche magagna effettivamente presente della scuola nella forma di comportamenti inadeguati di qualche prof, e chissà, forse qualche vero e proprio illecito commesso da docenti in burn out nelle esercizio della propria professione. Nulla ovviamente e che abbia che fare con quello che si chiama gender, ma qualcosa che avrà a che fare piuttosto con la stanchezza esistenziale e con la difficoltà di un lavoro sociale che può essere a volte ingrato e certo difficile.

Una terza categoria reagirà invece di fronte a qualche reale tentativo di qualche dirigente scolastico coraggioso quanto ormai sparuto di fare davvero un’educazione rispettosa dei diritti umani anche delle minoranze, magari di prevenire o di evitare quei casi di suicidio che così spesso attraversano chi non ha la fortuna di possedere un desiderio allineato con quello della maggioranza degli individui.

Questi, che potrebbero essere i più numerosi, hanno abboccato all’esca paranoica di chi va contrabbandando ormai da un paio d’anni l’idea di un’ideologia gender. Sono però i più pericolosi, perché riterranno di vedere ciò che non c’è, interpreteranno ogni forma di educazione alla tolleranza come pericolosi germi di ideologie, e penseranno di intervenire in difesa dei loro figli, e nel complesso di una famiglia tradizionale che mai è stata in pericolo rallentando un cammino verso la tutela dei diritti e la comprensione delle minoranze. Chi si ritroverà da adolescente a scuola, scoprendo un desiderio omosessuale, già minoranza, rimarrà così ancora più solo, o magari, chissà se su indicazione di qualche centralino, con l’indicazione di qualcuno che pratichi qualche terapia “riparativa” dell’omosessualità, vietata dagli Ordini degli Psicologi di tutta Italia ma tuttora praticata.

Non mi aspetto purtroppo di sapere mai l’esito di questo, che in fondo potrebbe essere un imponente esperimento sociale, perché l’Associazione di genitori cattolici cui è stato affidato il servizio, finanziata dalla Regione Lombardia con una cifra inferiore alla soglia prevista per un bando pubblico, avrà ogni interesse a dipingere le magnifiche sorti e progressive della propria opera e dell’amministrazione affidataria. Un vero peccato.