Più divisi di così non si potrebbe. La Festa del Tricolore di Mirabello, tradizionale raduno della destra post missina, dal 2010 semplicemente ritrovo degli “ultimi dei finiani”, quest’anno avrà la concorrenza diretta della Festa del Tricolore di Ferrara, organizzata da Fratelli d’Italia, partito che coi seguaci di Gianfranco Fini è ai ferri corti. Stesso nome, stessa data, stessa ora, stessa provincia. Perfino stesso tema: il No alla riforma costituzionale targata Boschi-Renzi. I due eventi si svolgeranno in contemporanea: dall’8 all’11 settembre.

Gli organizzatori della festa “bis”, quella che si terrà in città a Ferrara, giurano che non c’è alcuna volontà di intralciare la tradizionale kermesse di Mirabello, arrivata quest’anno alla sua 35° edizione. “Perché l’abbiamo chiamata come la storica festa di Mirabello? L’ho organizzata per trent’anni, quindi forse mi è rimasta in testa come nome. In realtà il tricolore è di tutti, è il simbolo dell’Italia come la Costituzione, quindi quando ho proposto di usare questo nome tutti all’interno del comitati si sono detti d’accordo”, ha spiegato alla Nuova Ferrara l’ex senatore Pdl Alberto Balboni. Lui era tra gli organizzatori in passato della festa di Mirabello, ma dopo la rottura nel 2010 tra Fini e Silvio Berlusconi, Balboni ha scelto quest’ultimo. Parteciperanno alla festa l’ex ministro del Pdl Anna Maria Bernini (oggi con Forza Italia) e lo scrittore Magdi Critiano Allam, che presenterà il suo libro “Islam, siamo in guerra”. A chiudere la festa di Ferrara sarà l’ex ministro Ignazio La Russa, uomo forte di Fratelli d’Italia, con un comizio domenica pomeriggio.

Ufficialmente non ci saranno simboli di partito perché a organizzare sarà il comitato Ferarra per il No, ma sono questioni di facciata: è il partito di Giorgia Meloni a tirare le fila dell’evento.

Neppure a Mirabello ci saranno bandiere, ma solo perché in quel caso un partito non c’è più. Organizzatore è Vittorio Lodi, che la Festa del tricolore la organizza dal 1981 e che questa volta per gli stand metterà a disposizione la sua azienda agricola. Il suo sogno è di rivedere la destra unita ma, vista la situazione, vederlo realizzato non sarà facile. Lodi è rimasto con Fini e anche quest’anno l’ex presidente di Alleanza Nazionale non mancherà. Previsto un intervento sabato pomeriggio e anche in questo caso sarà dedicato per un No alla riforma della Costituzione. Ad aprire la manifestazione arriverà invece Gianni Alemanno. L’ex sindaco di Roma proprio nei mesi scorsi si era trovato contrapposto al segretario di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni nella disputa sull’utilizzo del simbolo di An, uscendone sconfitto: la fiamma infatti è rimasta nel simbolo di Fratelli d’Italia.

E dire che questa era la festa più amata dallo stesso fondatore del Msi Giorgio Almirante: l’ex capo di gabinetto nel MinCulPop (il ministero della cultura popolare) della repubblica fascista di Salò, proprio a Mirabello nel 1987 aveva indicato il suo delfino in un giovanissimo Gianfranco Fini. Pochi mesi dopo Fini sarà eletto segretario missino. Sarà lui a portare il partito al governo nel 1994, poi nel 2001 e ancora nel 2008, sempre alleato con Silvio Berlusconi. Poi nel 2010 lo strappo con il fondatore della Fininvest. Prima l’assemblea romana del Popolo della Libertà e il duello verbale di fronte all’Italia intera: “Che fai, mi cacci?”, urlò Fini rivolto all’allora premier.

Poi, proprio a Mirabello, nel settembre di quello stesso 2010, l’ultimo grande comizio di Fini quando la cittadina del Ferrarese diventò per qualche giorno la capitale della politica italiana. Da quel giorno la rottura con il Berlusconi fu insanabile. “Siamo tutti grati a Berlusconi, e lo dico senza ironia, per quello che ha fato soprattutto nel 1994 per fermare la ‘gioiosa macchina da guerra’, ma la gratitudine non può significare che ogni volta che si indica una strada diversa si incorre in una lesa maestà”, disse l’allora era presidente della Camera. Ma da quel giorno a Mirabello per l’ex delfino di Almirante e il suo nuovo partito Futuro e libertà, iniziò il lento declino che lo avrebbe portato alla débâcle elettorale del 2013.