“Fonderemo un comitato nazionale per il No. Il presidente sarà Guido Calvi“. Massimo D’Alema ha aperto con un annuncio il suo intervento all’appuntamento al cinema Farnese di Roma, dove ha invitato quella parte del centrosinistra schierata per il voto contrario al referendum costituzionale voluto dal governo Renzi. “Calvi non ha la tessera del Pd” ha detto l’ex premier, che poco prima aveva sottolineato come l’obiettivo della sua azione non è quello di dividere il partito di cui fa parte. Anzi: il Pd, a sentire D’Alema, poco o nulla ha a che fare con l’iniziativa. “Non abbiamo nuovi capicorrente. Non ci interessa il Pd come oggetto del nostro impegno, ma ci interessa il Paese. C’è un sistema democratico fortemente indebolito” ha detto, puntualizzando che la nascita del comitato non coincide con l’appuntamento odierno “perché aspettiamo altre adesioni“. Non poteva mancare il riferimento agli attacchi subìti per la posizione contraria a quel Sì tanto auspicato dai vertici del partito: “Siamo stati sottoposti ad accuse di ogni genere: noi non siamo qui per un’iniziativa che vuole dividere il Pd” ha aggiunto, prendendo le distanze e rispondendo indirettamente alle critiche di molti fondatori del partito.

I continui distinguo rispetto alla linea democratica, tuttavia, tradiscono quel “non ci interessa il Pd” più volte sottolineato nel corso dell’intervento. Anche perché il nome del Pd e il riferimento al Pd ricorre sempre nelle parole di D’Alema. A partire dalla spiegazione di come è nata l’idea del fronte per il No al referendum: “Abbiamo promosso questa iniziativa su base della richiesta proveniente da tante parti del Paese. Si tratta di una richiesta che secondo me allude anche ad altro” ha detto D’Alema, che – neanche a dirlo – ritornando al Partito democratico ha sottolineato come esista “un fenomeno immenso che riguarda milioni di persone che hanno smesso di votare Pd, spesso scegliendo di non votare, e di migliaia che non hanno rinnovato la tessera del Pd. Alle ultime amministrative, il Pd ha perso più di un milione di voti. C’è un partito senza popolo e un popolo senza partito, al quale non vogliamo dare un partito ma un’occasione d’impegno civile”. “Ci sono quelli che sono e restano nel Pd, come il sottoscritto” ha poi aggiunto, anche perché “come ha affermato il presidente del Pd, vige la legittimità dell’opinione in dissenso”.

Alla base del fermo No di D’Alema alla riforma costituzionale, poi, c’è un’altra constatazione: “La maggioranza che ha cambiato la Costituzione non aveva il mandato per farlo. E’ una maggioranza trasformista, formata grazie alla trasmigrazione di parlamentari eletti sulla base di una legge incostituzionale” ha detto Massimo D’Alema, secondo cui “sarebbe un vizio di origine grave che costituisce un precedente preoccupante”. La riforma costituzionale fatta da Silvio Berlusconi, poi, per D’Alema “non è molto diversa da questa per cui è difficile che chi si oppose allora voti ora a favore di una riforma che riprende dei temi in qualche caso peggiorandoli”. L’ex ministro sostiene ragioni di metodo e di merito. “Se la Costituzione viene derubricata a legge ordinaria viene meno la stabilità delle Istituzioni che è molto più importante della stabilità di governo“. Secondo l’ex premier il mix tra riforma costituzionale e Italicum riduce “la questione democratica al tema della governabilità, ma la democrazia non può essere ridotta a governabilità e non sono le leggi elettorali a garantire la stabilità dei governi”. A sentire D’Alema, poi, “la teoria la sera stessa si saprà chi ha vinto è priva di fondamento: se l’Italicum sarà riconosciuto costituzionale basta che 35 deputati cambino opinione e la governabilità è finita”.

Da qui l’attacco diretto al presidente del Consiglio. “Io sono un grande ammiratore del premier perché è capace di dire qualsiasi cosa. Ora dice che non può mettere mano alla legge elettorale perché è affare del Parlamento, ma è lui che ha messo la fiducia entrandoci a gamba tesa” ha ironizzato il politico pugliese. Che non ha risparmiato critiche anche e soprattutto sulla questione della data del voto, ancora non comunicata: “Trovo decisamente sgradevole che il governo non abbia ancora fissato una data per il referendum. Sa di una furbizia“. La realtà, ha detto ancora D’Alema, “è che era tutto pensato per un plebiscito personale in un’escalation referendum ed elezioni, ma la situazione è cambiata e non si ha più chiaro in mente che cosa si vuol fare”. In tal senso, “la vittoria del No segnerebbe la fine del partito della Nazione renziano. Il che sarebbe un bene per il Pd e per il Paese”.

In tal senso, il comitato nazionale per il No serve a “demistificare la paccottiglia ideologica” della riforma costituzionale ed elettorale del governo, definita “un pastrocchio che spacca in due il Paese, che è vittima di un dibattito fasullo, non fondato su dati di fatto. Questi geni e strateghi del Nazareno – ha attaccato D’Alema – hanno fatto una legge bipolare, senza accorgersi, se si fossero affacciati alla finestra, che non c’è più il bipolarismo”.

All’assemblea organizzata da Massimo D’Alema al cinema Farnese ci sono anche Carlo Freccero, i senatori della minoranza Pd Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti e Massimo Mucchetti. In platea anche il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre, deputato ex Pd e ora Sinistra italiana (SI). Sono dieci, del resto, i parlamentari Pd che hanno firmato un documento in cui spiegano il loro voto contrario alla riforma. Oltre a Corsini, Ricchiuti e Mucchetti, ci sono anche Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Claudio Micheloni, Walter Tocci, Luisa Bossa, Angelo Capodicasa e Franco Monaco.  Nessun big della minoranza dem, come era annunciato. Ma in platea ci sono diversi portavoce: da quello di Pier Luigi Bersani, Stefano Di Traglia, a Chiara Rinaldini che da anni lavora con Rosy Bindi. E c’è pure qualcuno del fronte del Si. A dare un’occhiata è passato pure Rudy Francesco Calvo, responsabile della comunicazione della campagna del Si al referendum.