Come al solito in questa stagione, lo Us Open 2016 dell’Italia maschile è finito prima della seconda settimana. Ma stavolta il nostro tennis è uscito a testa altissima dal torneo, tra gli applausi del pubblico del centrale. E il merito è tutto di uno straordinario Paolo Lorenzi, battuto sì da Andy Murray, ma solo al termine di oltre tre ore di battaglia e quattro set, che sarebbero potuti andare anche diversamente. A 34 anni Lorenzi, che per tutta una carriera è stato abituato a giocare su campi di periferia e tornei minori (fino alle porte dei 30 anni non era nemmeno nei primi 200 del mondo), si gode comunque il traguardo di aver raggiunto per la prima volta il terzo turno in uno Slam. Oggi è a tutti gli effetti il miglior tennista italiano. Lo dicono anche i numeri: lunedì prossimo salirà al numero 35 del ranking, primo azzurro in classifica, scavalcando Fabio Fognini.

Nel giorno in cui prosegue l’avanzata di tre possibili outsider come Del Potro (3-0 netto a Ferrer), Dimitrov e Thiem, il match più bello al pubblico di Flushing Meadows lo ha regalato proprio un tennista italiano. Contro ogni pronostico, perché alla vigilia l’incontro sembrava decisamente chiuso. Invece Lorenzi è andato davvero vicino all’impresa contro Andy Murray. Molto più di quanto dica il punteggio finale: 7-6, 5-7, 6-2. 6-3. Perché lo scozzese – fresco campione olimpico ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 dopo aver vinto anche Wimbledon, in questo momento forse il giocatore più in forte in circolazione – ha avuto davvero paura al cospetto del piccolo italiano, senza talenti particolari, ma con un cuore enorme e una testa da fenomeno.

Chissà come sarebbe finita, se l’azzurro avesse chiuso il primo set quando è andato a servire sul 5-4 con Murray fuori controllo. Invece Lorenzi ha perso il servizio nel momento decisivo, facendosi rimontare e perdendo il parziale al tie-break. Una botta che avrebbe tramortito qualsiasi giocatore normale. Non Lorenzi, però. Che ha avuto la capacità di rialzarsi nel secondo set, portarsi ancora avanti 5-4, riperdere la battuta, ma con la forza di un tennis per due ore davvero stellare fare nuovamente il break e pareggiare i conti sul 7-5. Lì purtroppo, proprio sul più bello, la partita è praticamente finita. Perché lo stato di grazia dell’azzurro è andato lentamente spegnendosi: non poteva durare in eterno, del resto. E allora ecco che la mente torna con un pizzico di rimpianto a quel primo set, perso per un po’ di sfortuna e forse di braccino. Avanti 2-0, il miracolo magari sarebbe stato davvero possibile.

Invece, ripreso sull’1-1, Murray ha capito che l’avversario aveva comunque dato tutto solo per tornare in parità. Si è calmato, ha riordinato le idee ed è tornato a fare il Murray, registrando il servizio e martellando con più pazienza da fondo campo, specie col rovescio, incrociato o lungolinea senza differenza. Il terzo set è scivolato via in pochi minuti. Lorenzi, come nulla fosse, ha continuato a correre come una scheggia a due metri dalla linea di fondo, a rimandare dall’altra parte tutto il possibile (e a volte anche l’impossibile). In maniera quasi commovente, asciugandosi con i suoi polsini tricolore il sudore di mille corse a destra e sinistra, in avanti e indietro. Ha lottato fino all’ultimo punto, anche quando era ormai chiaro a tutti che avrebbe perso. E così è stato, con il turno di servizio ceduto in apertura di quarto set. Le ultime occasioni per riaprire la partita sono state due palle del contro-break sullo 0-1 e 2-3, che avrebbero riportato in equilibrio il parziale. Ma Murray le ha subito annullate con un ace e una bella discesa rete, e poi ha tirato dritto fino alla fine. Vincendo, come quasi sempre gli accade, una partita molto più complicata del previsto. Semplicemente perché Murray è un campione. Paolino Lorenzi non lo è nato e probabilmente non lo diventerà a 34 anni. Ma resta un esempio per tutti i tennisti italiani, di ieri, oggi e domani.

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