Non siamo morti, perché siamo a Ventotene. Eccola la nuova Europa, che nonostante la Brexit è viva e lotta insieme a noi. Abbiamo in mente tanti progetti. Intese, sintonie, strategie. Sì, ma concretamente? Zero. Angela, Francois e Matteo, illuminati dal sole agostano che accarezza la portaerei Garibaldi si danno appuntamento per un vertice a lungo atteso, tra militari, brezza e chef. All’indomani dell’incontro, il triumvirato dell’Unione Europea sfila con grandi sorrisi sulle prime pagine dei giornali. Titoli gloriosi e rasserenanti. “Ventotene, messaggio all’Europa” (La Stampa), “Ecco la Ue del dopo Brexit” (Repubblica), “L’Europa non finisce con la Brexit” (Corriere della Sera), “La Ue va avanti dopo la Brexit” (Il Messaggero). Parole che portano con sé lo spirito del sollievo, in un Continente fiaccato da crisi dei migranti, uscita del Regno Unito, sfaldamento a est e interessi nazional-particolari che inceppano la macchina burocratica di Bruxelles. Insomma, addio immobilismo, sulla Garibaldi tira aria nuova. Poi il lettore cerca di scavare tra i contenuti, prova a cogliere quella svolta, quel “cambiare verso” che rimbomba da mesi. E cosa trova? Il nulla pneumatico. Il solito ritornello di promesse, sguardi d’intesa, buone intenzioni di coesione, possibilità di strategie. Formule vaghe e neutre. Spiragli. Ma l’editoriale (quasi) unico della stampa italiana, al di là dei toni altisonanti, ha le sembianze di un fiducioso gesto apotropaico per scongiurare la morte dell’Europa. O per incoraggiare i cittadini dei 28 Paesi Ue a sperare ancora. Anche se, come scriveva Kurt Tucholsky, “il popolo per lo più capisce male, ma intuisce bene”. Ad esempio che da Ventotene non esce nessuna nuova Europa, ma sempre la stessa. E che per lei non c’è nessun messaggio.

Eppure, Repubblica ci crede. “Ripartiamo da Giuseppe Garibaldi“, si legge in prima, sottolineando come il problema ora sia creare intese industriali, militari, politiche. E attenzione: è proprio a Ventotene che “Italia, Francia e Germania hanno deciso le linee guida per questa rivoluzione“. Vai, si ingrana. E occhio perché, prosegue, che il vertice “si svolga su una nave militare è già un punto programmatico”. O scenografico, a seconda. A pagina tre inizia a cedere la convinzione granitica della rivoluzione. Titolo: “Il premier (Renzi): buoni segnali, ma è lunga”. In fondo, a bordo della nave ci sono state “punture di spillo più che un vero braccio di ferro”. La Merkel sembra perdere il consueto aplomb teutonico quando definisce il Jobs act renziano “un’ottima riforma”. Solito refrain dal 2014, stesse identiche parole. Ripete sempre quel mantra: stabilità. L’autoproclamata scossa di Ventotene vale meno della brezza tra i capelli di Hollande sulla Garibaldi. Nella diplomazia, però, si vive di retroscena. Ma anche qui, quello che emerge su Repubblica è la solita “partita a scacchi con Berlino“. Che peraltro continua a dare picche all’Italia sulla flessibilità. Nemmeno il vis a vis tra le acque italiane può fare vacillare il mantra tedesco del “calma e gesso”.

L’apice della soddisfazione diplomatica arriva però sulle pagine del Corriere della Sera dove si mette subito in chiaro: “Se il senso era quello di dare un forte messaggio politico sul futuro dell’Europa (…) allora il vertice al largo di Ventotene è stato un successo”. Ah, in che senso? “C’è stata parecchia convergenza” su sicurezza, crescita e giovani. Come è stata spiegata questa “parecchia convergenza”? “I tre leader hanno usato parole quasi identiche”. Per ripetere il solito ritornello: “confini più sorvegliati, guardie di frontiera comuni a terra e sulle coste, nuove misure contro la minaccia terroristica”. Rivoluzione all’orizzonte: non pervenuta. Infatti, poche righe più sotto, per quanto si tentino acrobazie impossibili, onestamente non rimane che dire: “Dietro la facciata dei buoni propositi, dal vertice di Ventotene non poteva uscire e non è uscito nulla di concreto“. E poi, ancor più giù: “Più che la consacrazione di un a nuova leadership in Europa, quello di Ventotene è stato il primus inter pares di una serie di incontri” di vertici futuri, dove la Merkel è la tessitrice di un “possibile grande compromesso”. Quando, diciamocelo, “purtroppo Spinelli, Rossi e il Manifesto federalista saranno solo il ricordo di una ventosa giornata d’agosto”. Appunto. Se la Cancelliera emerge politicamente in tutta la sua imponenza, poi, non si può dire la stessa cosa di Hollande che “parla ma sembra Renzi“. Anche questa sarà sintonia. E si chiede pure – ma è retorica la domanda – se l’Europa “ha ancora un senso”. Anche perché il trio che la deve rilanciare, ricordiamocelo, è così composto: Hollande non si sa se si ricandida, Merkel rischia di perdere le elezioni e Renzi il referendum.

Si butta il cuore oltre l’ostacolo anche sul Messaggero, dove i tre chiariscono: “Scriviamo il futuro”. A china sbiadita, ma comunque si ingrana la prima: “C’è un’Europa che non si scoraggia e non si tira indietro davanti a terrorismo e alla Brexit“. Messaggi antipanico che anche sul quotidiano romano non trovano un appiglio concreto. Altra lenzuolata di buoni intenti, strategie, intese e progetti che si schianta però con la mancata dolcezza della Merkel sulla flessibilità italiana. Solito scoglio, solita Frau: non si è ammorbidita “neppure a cena, nella sala d’onore della portaerei”, nonostante “il crepuscolo e i garbati tentativi in punta di piedi di Matteo Renzi“. Picchia duro anche la Stampa: “Il vertice di Ventotene serve innanzitutto a ribadire agli europei e al mondo intero: l’Unione non finirà”. La notizia sarebbe stata il contrario, ma già ricordarlo non spinge all’ottimismo. Perché la verità è che, a Ventotene come a Bruxelles, bisogna convincersi che la ripartenza dell’Europa “è necessaria, certo non semplice, ma ancora possibile”. Scenario plumbeo. Tanto che ci si domanda, prosegue il giornale torinese, se la visita alla tomba di Spinelli sia “fede vera o l’ultima spiaggia di tre condottieri che cercando una via d’uscita per i problemi interni, si offrono sponda reciproca stringendosi nell’afflato europeista per salvarsi la pelle politica”.

Ventotene, il bilancio: solo un altro vertice popolato di ritornelli europeisti anche se i tre leader – o “le tre disgrazie” per Matteo Salvini – si chiamano per nome. Angela, Francois, Matteo. Per lasciare intendere che l’intesa c’è, che si cammina insieme. Sarà. Ma dalle sabbie mobili della portaerei alcune novità ci sono. La prima: le 99 celle del carcere diventeranno 99 camere di un campus universitario. La seconda: la riconversione per un giorno dei 400 marinai a bordo della Garibaldi che scortano i giornalisti e ricordano che “questo non è il nostro mestiere”. E la terza, una delizia: trofie orata e basilico, salmone alle erbe aromatiche, frutta e mousse di ananas nel menù a bordo. Vertice servito.