Aveva viaggiato il Sud del mondo, in lungo e in largo, non so quante volte. Glielo leggevi in faccia, tutto quel muoversi. L’Africa, l’America Latina, quella parte di Asia fatta di Vietnam, Laos, India, Buthan, Turchia, Iran, Pakistan, l’immenso delta dell’Indo, e poi le coste del Mediterraneo, e quel dono del cielo infuocato e insultato che è Istanbul.

Amava le periferie, prediligeva il sole dorato del vespro, quello che fa le ombre lunghe, che appicca le facciate, i tronchi, le colline, o filetta attraverso i boschi dopo la pioggia. Aveva quell’età in cui la giovinezza si è assestata, come ci avesse preso gusto, ma non gli piaceva sapere le cose una volta per tutte.

Il giorno che lo conobbi, il primo e anche l’ultimo, ci trovavamo a Sagres, in Algarve, sud del Portogallo. Il suo nome è bello come la sua mappa, Domenic. Mentre il mio non lo pronunciò una sola volta in modo corretto, nonostante la sua familiarità con l’Italia. E ce ne divertimmo come due bambini. Io arrivavo dall’Andalusia, quella volta, avevo attraversato in auto il Ponte Do Gaudiana la mattina stessa. Lui proseguiva, in qualche modo, un viaggio memorabile e definitivo.

Questo.

Conobbe Jasmina nove anni prima a Smara, città del Sahara occidentale, forse l’unica di quella parte di deserto, durante una specie di safari “autogestito”, come lo definì lui facendomi sorridere. Jasmina era di origini algerine, ma era nata a Marsiglia, la città di tutte le etnie, ed era bella, mi disse, inspiegabilmente bella, ed era giovane, aggiunse, imperdonabilmente giovane.

Cominciai a dimenticare l’appetito, e che era in effetti ora di cena, quando il racconto prese a muoversi. Domenic è di Cordova, ma sua madre era messicana e suo padre arabo. Mentre parlava, pensavo a quanto mondo ribollisse in due sole persone.

Chiacchierammo fino a così tardi che divenne il giorno seguente. Alla fine saltammo cena e con la mia auto ci spostammo di quattro chilometri, per raggiungere Cabo de Sao Vicente, dove un faro e una scogliera si occupano di far terminare l’Europa. Anche se il vero lembo di terra più a Ovest del continente è poco più su, a Cabo da Roca.

Da quel giorno in mezzo al deserto insomma, nella città più inesistente del mondo, che fino a non molti anni prima era stata solamente un caravanserraglio e poco altro, Domenic e Jasmina non si separarono più. La loro vita insieme fu viaggiare. E a ben pensarci, del resto, fu il motivo stesso del loro incontro. Jasmina commerciava in tappeti, mestiere che prima fu del suo amatissimo padre. Domenic si occupava di web, di ottimizzazioni e indicizzazioni di pagine e portali. Mestiere che – forse – svolge tutt’ora. Insomma, entrambi potevano fare quel che c’era da fare più o meno da qualsiasi luogo.

Era difficile interrompere la precisa cantilena delle sue parole, anche se le domande che mi si affollavano sulla punta della lingua erano tante. Nel frattempo lo spettacolo di fuoco del tramonto era scemato da ore, il piccolo affollamento di persone che avevano ammirato lo spegnersi del giorno s’era disperso, e tutti erano tornati a Sagres, o a Lagos, e stavano oramai dormendo, o facendo l’amore, o sognando, quando il racconto che stavo assaporando giunse a una delle sue pagine più belle.

Circa due anni dopo essersi conosciuti, senza premeditazione o attese, senza calcolo o aspettative, una mattina qualunque, ma che non lo sarebbe stata mai più, in quello stesso metro d’Europa conficcato ad ago nell’Atlantico sul quale stavamo chiacchierando, Domenic chiede a Jasmina di sposarlo!

Jasmina sa cosa significa. Significa che si tratta di trovare un prete e un paio di persone innamorate dei giorni e delle notti anche solo la metà di loro due, e a sera sarebbero andati a letto marito e moglie. Jasmina sa tutto questo. Sa chi ha di fronte quella mattina, e accanto da oltre due anni d’amore. Ed è per tutto questo che a colazione, a Sagres, in un bar assonnato di Praça Da Republica, scoppiando a ridere gli dice di sì. Tre giorni dopo, a dispetto di tutte le cose del mondo, sono sposati. “Non credere”, mi dice, “faremo poco altro che continuare a viaggiare. E a lavorare, certo. Ma a noi il guadagno serviva solo per quello. Non abbiamo mai dormito in una pensione che superasse le due stelle, più spesso anzi, come qua in Portogallo, in piccoli appartamenti in affitto. Le rare volte che avevamo bisogno di una base, tornavamo da me, a Cordova. Ma alla fine… alla fine non era fatto per noi, tutto quello stare fermi. Pensa, Cristian…”

“Cristiano”

“Cristiano. Pensa che Jasmina stava in piedi e passeggiava anche mentre mangiava!”

Fino a che, meno di un anno più tardi di quel a strapiombo nell’Atlantico, Jasmina comincia il suo ultimo viaggio.

(Continua)