Il 2 agosto è morto all’ospedale di Vigevano il detenuto all’ergastolo Giuseppe D’Oca, condannato nel 2016 per omicidio. Fu ricoverato urgentemente un mese prima, in arrivo dal carcere di massima sicurezza della medesima cittadina, perché il suo deperimento era talmente clamoroso da destare le preoccupazioni del medico di turno.

La famiglia di D’Oca, però, era da tempo – almeno dal 2013 – che segnalava le condizioni preoccupanti in cui versava il proprio caro. Lo stesso, in meno di 12 mesi, aveva perso quasi 40 chili. Ma la Corte d’Assise d’Appello di Milano già nel 2015 aveva negato il trasferimento dell’ergastolano ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto a favore del D’Oca di una dentiera, perché, nel frattempo, a causa di una piorrea il detenuto aveva perso l’intera dentatura.

“Avevano spiegato in questo modo il dimagrimento di mio padre” dice Andrea D’Oca figlio di Giuseppe, che di seguito aggiunge: “Mia madre, quindi, ha subito provveduto, ma anche con la dentiera tutto quello che mio padre mangiava, poi rigettava”. “Me lo portavano ai colloqui – dice Rosa Ruggiero, moglie del D’Oca – sempre sorretto da qualcuno; per tre volte gli avevano concesso l’uso di una sedia a rotelle poi ritirata, perché questo, sostenevano, era il regolamento. E poi l’ostinarsi a non volerlo mandare in ospedale – continua la signora Ruggero – anche quando ad insistere era stato un nostro medico di fiducia. ‘Troppo complicato muovere un ergastolano’ era stata la risposta”.

“Alla fine mio padre in ospedale c’è andato – continua il figlio Andrea – ma quando oramai non c’era più niente da fare. Il tumore, maligno, s’era diffuso in maniera incurabile e non abbiamo potuto far altro che stargli vicino nel momento della sua morte”. “Almeno – aggiunge la madre di Andrea – non è morto in cella, e ha potuto godere almeno dell’umana dignità di spegnersi in un letto di ospedale con accanto i suoi cari”.

“Nessuno vuole cancellare le colpe che mio marito ha commesso quando era in vita – termina Rosa Ruggiero – ma voglio sapere se qualcuno ha sbagliato nel non riscontrare in tempo l’insorgere della malattia e farò di tutto, assieme al mio legale, per avere giustizia”.

“Stiamo attendendo che dall’ospedale di Vigevano – spiega l’avvocato della famiglia D’Oca, Andrea Dondé – ci trasmettano la cartella clinica di Giuseppe, dopo di che procederemo se sarà il caso depositando una querela contro ignori per omicidio colposo; a quel sarà il Magistrato a stabilire se l’amministrazione penitenziaria abbia o meno delle colpe”  di Fabio Abati