Canali ben definiti di segnalazione, perché chi è testimone di un illecito deve sapere con estrema chiarezza a chi rivolgersi. Ma anche garanzie di riservatezza per chi decide di uscire allo scoperto e sanzioni verso i soggetti che attuano discriminazioni e ritorsioni, compresi i datori di lavoro sia pubblici che privati. Sono solo alcuni dei punti che Riparte il futuro e Transparency International Italia chiedono di integrare alla proposta di legge sulla protezione dei whistleblower, già approvata alla Camera il 21 gennaio scorso, che protegge chi denuncia episodi di corruzione sul posto di lavoro. Richieste per le quali è partita la campagna #vocidigiustizia. E si rivolgono alla Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Anna Finocchiaro affinché calendarizzi la discussione.

“Ci battiamo da molti anni – spiega Priscilla Robledo di Riparte il futuro – per introdurre anche nel nostro Paese le tutele per i cosiddetti whistleblower, cioè coloro che si espongono personalmente nell’interesse collettivo segnalando casi di corruzione di cui sono testimoni. Eppure fino ad ora abbiamo ottenuto solo piccoli e timidi risultati, mentre la corruzione al contrario sembra essere sempre più diffusa”, aggiunge Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia. Per Robledo “chi denuncia corruzione e illegalità sul posto di lavoro deve essere tutelato”, motivo per cui la campagna promuove anche l’inserimento nel provvedimento di un fondo per la tutela dei segnalanti che sostenga chi ha subito ritorsioni o deve affrontare ingenti spese legali, l’utilizzo della normativa sia per il settore pubblico sia privato e la dimostrazione da parte del datore di lavoro che i provvedimenti disciplinari, il demansionamento o ogni altro provvedimento peggiorativo della posizione del segnalante sono stati attuati per ragioni diverse dalla denuncia di corruzione o ruberia.

Nel 2015 l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha ricevuto 200 segnalazioni da persone che hanno avuto il coraggio di segnalare illeciti di cui sono state testimone sul posto di lavoro (whistleblower). Tuttavia attualmente quei cittadini che si espongono in prima persona non godono di alcuna protezione adeguata oltre che di nessun riconoscimento di merito. Per questo – come avvenuto con i testimoni di giustizia – i whistleblower potrebbero aiutare ad arginare la corruzione.

“Vogliamo una legge efficace – aggiunge Robledo – che incentivi a segnalare il malaffare e che difenda chi subisce mobbing e ritorsioni per aver fatto il proprio dovere. Questa – prosegue – è un’autentica campagna di civiltà” che permetterebbe dopo il decreto Foia “di fare un ulteriore passo in avanti verso la cultura della legalità, trasparenza e il contrasto senza sosta nei confronti della corruzione sia nel settore pubblico che in quello privato“.