È l’ancora di salvezza dell’Italia alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma anche la spina nel fianco del Coni. La Federnuoto di Paolo Barelli è croce e delizia per Giovanni Malagò. I rapporti fra i due presidenti sono burrascosi, tra denunce e sgambetti reciproci. Eppure proprio dall’acqua potrebbero arrivare le medaglie in grado di tenere a galla la spedizione azzurra, con la scherma sfavorita dal calendario e l’atletica pericolosamente mutilata dalle assenze di Gianmarco Tamberi e Alex Schwazer (due medaglie praticamente certe, probabilmente d’oro, sfumate per ragioni differenti). Malagò deve sperare soprattutto in Gregorio Paltrinieri e Federica Pellegrini, Tania Cagnotto e il Setterosa, per tornare a testa alta dal Brasile.

SOGNO 5 MEDAGLIE – Probabilmente è dai tempi di Sidney 2000 (l’Olimpiade dei record, di Rosolino e Fioravanti, delle incredibili sei medaglie) che l’Italia del nuoto non si presenta con una squadra così forte e profonda. Basti pensare che quasi un terzo dell’intera spedizione azzurra fa capo alla Fin, con ben 81 convocati su 297 tra vasca (35), fondo (3), sincronizzato (9), tuffi (8), pallanuoto (26). Quantità e qualità. A partire da Federica Pellegrini, portabandiera e simbolo dello sport italiano nel mondo: i 200 stile sono molto competitivi, l’americana Ledecki probabilmente irraggiungibile, il terzo podio olimpico dopo Atene e Pechino no. Ancor di più Gregorio Paltrinieri, (con i dovuti scongiuri) unico oro certo di questi Giochi (insieme ai due del fioretto nella scherma). Ma non solo. Gabriele Detti ha già vinto il bronzo nei 400 stile libero (e persino nei 1.500 del suo “gemello” Paltrinieri, specie in assenza di Sun Yang). In acque libere chance per Rachele Bruni, nella pallanuoto più per il Setterosa che per il Settebello. Dal trampolino Tania Cagnotto e Francesca Dellapé sono da podio in coppia; ma la figlia d’arte bolzanina dopo tante delusioni e il primo titolo mondiale nel 2015, a 31 anni potrebbe avere il credito giusto per vedersi accreditata quella medaglia olimpica che le è sempre sfuggita e che meriterebbe. In Federazione ci vanno coi piedi piombo: la delusione di Londra 2012 è ancora fresca, allora arrivarono solo due medaglie (argento della pallanuoto maschile, bronzo della Grimaldi nella 10 km) e tante polemiche in vasca. Il presidente Barelli ha fissato prudentemente l’asticella a quota due, ma le possibilità per migliorarsi ci sono tutte. Se alla fine le medaglie fossero addirittura cinque, sarebbe praticamente un trionfo.

LA “GUERRA” BARELLI-MALAGÒ – Sia Malagò che Barelli sono pronti a festeggiare. Anche se i due si detestano neanche troppo cordialmente, e il presidente della Federnuoto ha rischiato seriamente di non andare ai Giochi: con un parere del Collegio di garanzia, il Coni aveva chiesto la decadenza di Barelli per violazione della clausola compromissoria ed era pronto a commissariare la Federazione, prima che il Tar del Lazio sospendesse il provvedimento. Solo l’ultimo atto di una relazione a dir poco complicata: in precedenza era stato Barelli a provare a far decadere Malagò, squalificandolo come tesserato Fin per violazione degli “obblighi di lealtà”. E prima ancora il Coni aveva denunciato la presunta truffa delle doppie fatture di Barelli ai tempi dei mondiali di nuoto 2009. Tutto sempre risoltosi in una bolla di sapone, con indagini archiviate o provvedimenti annullati. Però la guerra va avanti da anni e non ha risparmiato neppure la vigilia dei Giochi. “Qualcuno voleva che non ci fossi in Brasile, perché non sono allineato al potere e per prendersi tutti i meriti”, sibila ai suoi confidenti Barelli. Invece a Rio ci sarà. E Malagò potrebbe anche essere costretto a ringraziarlo per aver salvato la sua prima Olimpiade da numero uno del Coni. Poi a settembre i due nemici riprenderanno a sfidarsi a colpi di carte bollate: già calendarizzata la decadenza di Barelli dalla Giunta, ancora pendente il ricorso contro l’annullamento dell’inibizione di Malagò. In attesa della prossima tornata di elezioni, in Federazione e nel Comitato Olimpico. Quella di Rio 2016 sarà solo una tregua olimpica. O meglio, una tregua armata.

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