A sfogliare il primo numero non si trovano né la cronaca né la politica, e non c’è nemmeno lo sport, o lo spettacolo. Perché La nostra voce è un giornale che parla di storie. Protagonisti e narratori, nella veste di giornalisti d’eccezione, infatti, sono i 120 richiedenti asilo ospiti delle strutture di accoglienza del Mugello, in Toscana, che tramite la carta stampata hanno deciso di condividere le proprie esperienze di vita. I viaggi in barcone dalla Libia attraverso il Mediterraneo, le lunghe marce nel deserto per raggiungere le coste dell’Africa, la paura di essere respinti e rimandati indietro, “anche se per molti di noi – scrive un ragazzo della Costa d’Avorio, sul primo numero de La nostra voce, pubblicato a luglio – significherebbe rischiare la vita”.

La nostra voce è un giornale scritto dai profughi che racconta il passato dei profughi, per spiegare, cioè, tutto ciò che questi ragazzi hanno vissuto prima di arrivare qui – racconta Davide Delle Cave, psicoterapeuta della cooperativa Il Cenacolo, ideatrice del progetto – tutto il dolore, la sofferenza, la speranza di potersi infine costruire un futuro migliore che li accomuna. Tuttavia speriamo sia anche qualcosa di più: un’occasione, cioè, per chi legge, di ricordare che questi ragazzi sono persone, e non solo numeri. Perché spesso, quando si parla di immigrazione, si finisce per snocciolare dati e statistiche. Si dimentica il lato umano. Ecco, noi vorremmo che, leggendo il giornalino scritto dai migranti, le persone riuscissero a guardare al di là del pregiudizio o della paura per il diverso”.

La nostra voce avrà cadenza bimestrale, e inizialmente sarà distribuito gratuitamente in 200 copie a negozi, bar e ristoranti tra Firenze e il Mugello, “ma ci stiamo organizzando anche per pubblicarlo online”. Ogni numero sarà curato interamente dai richiedenti asilo, 120 ragazzi e ragazze provenienti da tutto il Sud del mondo: dal Senegal al Gambia, dal Burkina Faso allo Zambia, al Ghana, al Mali, fino al Bangladesh.

“L’idea ci è venuta quasi per caso. La nostra cooperativa organizza anche una scuola d’italiano per i richiedenti asilo, e il giorno prima dell’inizio delle lezioni regalammo a tutti quaderno e matita. Quando toccò a uno dei ragazzi, originario del Ghana, lui si commosse. Ci disse che non aveva mai avuto la possibilità di studiare, che da bambino aveva lavorato e basta, e che per lui lo studio era la cosa più bella a cui un ragazzo potesse aspirare. Noi lo ascoltammo parlare, e decidemmo che quella storia andava raccontata”.

Così è nato La nostra voce, nome scelto dai profughi – giornalisti “perché loro una voce spesso non ce l’hanno – spiega Delle Cave – certo, molti migranti non sanno l’italiano, o sono analfabeti quando arrivano, ma abbiamo trovato una soluzione: chi sa scrivere intervista gli altri in inglese o francese, e noi traduciamo, così tutti possono prendere parola”.

K.C, originario del Gambia, è il protagonista della prima storia pubblicata sul bimestrale, e quando racconta il suo viaggio per l’Italia, spiegano i giornalisti che l’hanno intervistato, Ebrima Bajo e Demba Balde, anche loro richiedenti asilo, piange. Ha 21 anni, e oggi vive un centro di accoglienza a Dicomano, in provincia di Firenze, ma prima di attraversare il Mediterraneo si trovava in Libia, “il posto più spaventoso che abbia mai visto”. “Là non c’è pace, soprattutto per i neri come me. Un giorno, mentre stavo andando a lavoro, sono stato fermato senza motivo e portato in cella. Sono rimasto prigioniero 7 mesi in condizioni disumane. Tanti miei compagni sono morti di stenti”. K.C quasi un anno dopo è riuscito a scappare, e con qualche lavoro saltuario si è pagato il viaggio in Italia con i trafficanti. “Ora sono in un limbo, aspetto di sapere se merito di rimanere o no”. “Se i migranti sapessero a cosa stanno andando incontro probabilmente non lascerebbero il proprio paese – scrivono anche Bajo e Balde, in calce all’articolo – e se gli europei sapessero da dove veniamo e cosa abbiamo passato, forse non penserebbero mai di rimandarci indietro”.

C’è chi si lascia alle spalle la fame, come Alì e Juel, partiti da un Bangladesh dove, secondo ActionAid, il 36% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema. E chi fugge dalla guerra, vedi B.S. e I.D, che preferiscono non scrivere il loro nome sul giornalino “perché spesso i ragazzi si vergognano a raccontare ciò che hanno sofferto”, spiega Delle Cave. B.S viene dal Mali, I.D dalla Costa d’Avorio, ed entrambi sono stati salvati dalla Guardia costiera italiana. “Se torniamo nel nostro paese rischiamo la vita – raccontano – e non possiamo pensare che il paese che ci ha salvati voglia rimandarci indietro. Speriamo di poter rimanere qui, sogniamo una vita serena, lontana dalla violenza e dalle discriminazioni, in questo nuovo mondo”. “Raccontare è terapeutico, aiuta i ragazzi a esorcizzare dolore e paure – spiega Delle Cave – e chissà, magari sarà utile anche a chi legge: per conoscere meglio chi sono queste persone che arrivano in Italia, e quali sofferenze cercano di lasciarsi alle spalle”.