“Appena mi sveglio, la prima cosa che faccio è assicurarmi di essere ancora vivo”. Assad Younes parla al telefono, le bombe cadono in sottofondo, questa volta sembrano voler risparmiare la sua casa. “La notte, mentre dormi, non sai mai se una bomba colpirà casa tua. Metti in conto che ti potresti risvegliare sotto le macerie. Ogni mattina, poi, mi ritrovo con i ragazzi della strada dove vivo. Beviamo il caffè e ci informiamo l’un l’altro sugli amici e i famigliari per sapere se qualcuno è morto nella notte, sotto un raid aereo, se gli altri sono stati risparmiati”.

Aleppo est, 300mila persone assediate da oltre un mese dalle forze fedeli al governo di Damasco. Qualche giorno fa, la Russia, responsabile dei raid aerei sulla parte della città controllata dall’opposizione, ha annunciato l’apertura di corridoi umanitari per far uscire i civili. “Ma quale corridoi – protesta Khaled, 20 anni, fotografo per la Protezione Civile Siriana nella zona assediata – io vivo qui e lo so: non si può scappare”. La consapevolezza ha fatto si che la quotidianità si sia plasmata intorno alla condizione di assediati.

“Qui si vive giorno per giorno – racconta Assad – e questo è per me il futuro. A 20 anni ho già visto in faccia la morte e ora vivo alla giornata. Prima della guerra ero uno studente, andavo in palestra. Dopo la scuola uscivo con gli amici, andavamo in giro per Aleppo, mentre ora esci di casa solo se dal cielo non piovono le bombe. L’umanità è finita ad Aleppo: vediamo morire una cinquantina di persone al giorno e ci siamo abituati”.

Morte e vita si incontrano e convivono anche nei giardini pubblici, trasformati in cimiteri e orti. “Da una settimana abbiamo cominciato a coltivare un giardino nel quartiere di Salaheddine – racconta Younes Shasho, a capo di una ong locale che si occupa di vari progetti umanitari – abbiamo piantato solo la verdura che può crescere in fretta, come melanzane, zucchine e cetrioli: metà del giardino è coltivato per i vivi, la parte restante è per le tombe di chi non c’è più”.

Ortaggi accanto alle lapidi. L’istinto di sopravvivenza che convive con chi non c’è più e da lì riparte. Bisogna coltivare, coltivare il più possibile perché i viveri stanno finendo. Mentre Younes racconta si sente un boato in lontananza, ma lui continua come se nulla fosse: “Lo hai sentito? La mia vita oggi è questo. Non c’è un orario in cui mangio o dormo. Se casca un missile mi sveglio e vado a vedere cosa è successo, aiuto i feriti o a seppellire un morto. La maggior parte del mio tempo lo dedico al lavoro. Gestisco un’organizzazione che dirige cinque scuole, una cucina che dà da mangiare gratuitamente a 5mila persone al giorno”.

Da quando è cominciato l’assedio, la cucina dell’organizzazione di Younes si è dovuta fermare: “Abbiamo ancora qualche legume ma non verdura o frutta, queste sono introvabili in città e chi le ha le tiene per sé”. Anche il pane, stimano alcune ong locali, è destinato a finire a metà agosto, insieme alle ultime scorte di grano. Aleppo non è mai stata una città dedita all’agricoltura e i rifornimenti per la parte est, che oggi è sotto assedio, arrivavano tutti dalle zone limitrofe.

Prima della guerra, Younes era uno studente all’università e lavoravo nel commercio con il padre. “Ma non vivevamo in libertà – precisa Younes. Io sono curdo, entrambi i miei genitori sono curdi e sono stati perseguitati. Un mio zio è stato in carcere 10 anni e un altro parente è morto durante gli eventi degli anni ottanta. La Siria era di Assad e della sua famiglia. Non potevi raggiungere nessuna posizione o ingrandire il tuo commercio se non pagavi le tangenti. Certo, non pensavamo, quando è cominciata la rivolta, di arrivare a questo punto. Ma ancora vogliamo un Paese per tutti i siriani”.

(Foto di Younes Shasho)