Un partito ben oltre lo sfascio. Un candidato avvitato sul proprio ego, incontrollabile, pronto a distruggere tutto ciò che gli si para davanti – forse anche se stesso. E’ l’immagine del partito repubblicano e di Donald Trump in questi giorni. Non che manchi l’entusiasmo attorno al candidato. Nel solo mese di luglio, 82 milioni di dollari sono entrati nelle casse della sua campagna, la gran parte in piccole donazioni. Quello che manca è tutto il resto. Unità. Strategia. Idee. Partiamo dall’ultimo episodio. L’opzione nucleare. O “l’incubo nucleare”, come l’ha chiamato qualcuno. Mercoledì mattina Joe Scarborough, che conduce “Morning Joe”, un programma di MSNBC, dice che Trump avrebbe chiesto almeno tre volte a un esperto di politica estera: “Perché, se abbiamo l’atomica, non la possiamo usare?” Scarborough non cita la fonte, ma spiega che la cosa è totalmente affidabile.

Scoppia la polemica. Già Hillary Clinton, nel discorso finale della Convention democratica, ha detto: “Non possiamo permetterci che uno come Trump abbia il controllo del bottone nucleare”. I nuovi commenti ora spiegano che le domande di Trump sull’atomica ribaltano decenni di politica nucleare, basata sulla “deterrenza” e non sull’uso delle armi. La campagna di Trump interviene affermando che il candidato non ha “assolutamente fatto la domanda sull’uso dell’atomica”. Emergono però altre frasi che Trump ha disseminato in televisione, a MSNBC e Fox News, lo scorso marzo. Alla domanda se può escludere l’uso dell’atomica in Medio Oriente ed Europa, Trump ha spiegato che no, non lo può escludere: “E l’Europa è così grande. Non mi privo di nessuna opzione…”.

Si dirà che si tratta di affermazioni che rivelano una certa ingenuità da parte di un candidato non abituato a maneggiare i grandi temi della politica internazionale. E del resto è stato lo stesso Trump a sostenere che “Putin non andrà in Ucraina”, come se la crisi della Crimea del 2014 non fosse mai esistita. Il problema è che l’ingenuità – o pericolosità, secondo i punti di vista – in tema di nucleare si accompagnano a una serie di fronti, polemiche, cadute, enormità che Trump sta offrendo negli ultimi giorni. C’è stata la polemica con Khizr e Ghazala Khan, genitori di Humayun, il capitano di 24 anni ucciso da un’autobomba dopo aver messo al sicuro i commilitoni. I due hanno parlato alla Convention democratica, denunciando la proposta di Trump di bloccare l’arrivo dei musulmani negli Stati Uniti. “Se fosse per Donald Trump, Humayun non sarebbe mai stato in America. Trump offende continuamente il carattere dei musulmani. Non mostra alcun rispetto per le altre minoranze, per le donne, per i giudici, persino per i leader del suo stesso partito”. Da lì è partita un’escalation di accuse e controaccuse, con Trump che è arrivato a dire che anche lui, come i Khan, ha dovuto fare dei “sacrifici” nella vita. Alla domanda: “Quale tipo di sacrifici?”, ha risposto: “Ho costruito case. Ho dato lavoro a molta gente”.

A nulla sono valsi gli inviti alla prudenza di consiglieri e amici politici. Negli Stati Uniti non è mai una buona idea mettersi contro l’esercito; in particolare, non è vantaggioso, né moralmente accettabile, ingaggiare uno scontro pubblico con i genitori di un soldato morto e decorato con la massima onoreficenza. La cosa non ha frenato Trump, che si è lasciato andare a un profluvio di dichiarazioni e tweet contro i Khan (il fatto che la signora Khan, sul palco della Convention, non abbia parlato, è stata attribuita da Trump al fatto che è musulmana e che non può parlare in pubblico; lei ha risposto spiegando di non essere stata in grado di parlare perché distrutta dal dolore). L’imbarazzo dei repubblicani – il partito alleato tradizionale dell’apparato militare – è cresciuto, fino a quando John McCain, prigioniero di guerra in Vietnam, ha sentenziato: “La posizione di Trump non è quella repubblicana”.

McCain, insieme allo speaker della Camera Paul Ryan, sono stati del resto oggetto della successiva uscita di Trump. I due, McCain e Ryan, sono impegnati tra qualche giorno in primarie combattute per conquistare la candidatura a novembre. Decoro istituzionale vorrebbe che il candidato alla presidenza appoggi i candidati uscenti del partito, soprattutto se il candidato uscente è Ryan, massima carica istituzionale per i repubblicani. Trump ha però negato il suo sostegno (nonostante Ryan e McCain, sia pure con qualche esitazione, abbiano appoggiato Trump nella corsa alla Casa Bianca). “Ryan mi piace, ma non al punto di sostenerlo”, ha spiegato. Uomini legati a Trump, del resto, stanno apertamente facendo campagna per l’avversario di Ryan in Wisconsin. Un altro episodio non ha a che fare con la politica, bensì con il privato. E’ successo a un comizio in Virginia. Trump stava parlando della concorrenza commerciale della Cina agli Stati Uniti, quando un bambino ha cominciato a piangere in sala. Trump si è interrotto e rivolto alla madre: “Non ti preoccupare – le ha detto – amo i bambini. Amo i bambini. Sento quel bambino piangere. Mi piace. Che bambino. Che meraviglioso bambino”. Il candidato ha ripreso. Poi, di fronte al bambino che continuava a piangere, si è di nuovo rivolto alla madre: “In effetti, stavo scherzando. Porta quel bambino fuori della sala”.

Egocentrismo? Ingenuità politica? Sintomi di un disturbo più profondo della personalità? Sono le domande che a questo punto ci si fa e che sono state riassunte da Barack Obama quando ha detto che “Donald Trump è inadeguato a guidare gli Stati Uniti” e chiesto ai repubblicani di abbandonarlo. Sono proprio i repubblicani del resto ad apparire increduli. Fonti del partito dicono che il chair Reince Priebus, non uso a prendere posizioni troppo coraggiose, abbia telefonato a Trump e gli abbia urlato tutta la sua indignazione per la piega che la campagna sta prendendo. Sempre fonti interne al partito parlano di un prossimo intervento di Priebus, insieme a Newt Gingrich e Rudy Giuliani, due dei “grandi elettori” di Trump, per convincerlo a una campagna più controllata.

Intanto però il partito perde i pezzi. Hanno annunciato che non voteranno per Trump due deputati, Richard Hanna e Adam Kinzingersaid (quest’ultimo veterano della guerra in Iraq). Non voteranno Trump Maria Comella, ex capo staff di Chris Christie; e Stuart Stevens, ex consulente di Mitt Romney e tra gli strateghi repubblicani più ascoltati. Non voterà per Trump lo stesso Romney, che ha detto di voler scegliere Gary Johnson, il candidato dei libertarian. Mentre il silenzio dei tre Bush è più che rivelatore. La confusione non si limita peraltro al partito ma sembra allargarsi anche allo stesso staff di Trump. Testimoni parlano di collaboratori di Trump frustrati e sgomenti di fronte a un candidato che pare avviato al suicidio politico. Questa frustrazione è stata, sia pur velatamente, espressa dal capo della campagna di Trump, Paul Manafort, che in una dichiarazione a Fox News ha detto: “Sono in controllo delle cose che il candidato vuole io faccia”. Mentre Trump apre sempre nuovi fronti, i numeri per lui crollano. Un sondaggio Fox News dà Clinton avanti di 10 punti; per CNN il vantaggio è di 9 punti. Il credito politico che i repubblicani erano riusciti a conquistare alla Convention di Cleveland – soprattutto di fronte a una candidata debole, gravata da scandali e divisioni come Hillary Clinton – pare ormai completamente dissolto.

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