Se ne parla da mesi, oggi è arrivata un’ulteriore conferma. Il Nordest asiatico è teatro di una “nuova guerra fredda” che vede opposti da una parte gli Stati Uniti con Giappone e Corea del Sud e dall’altra la Cina, con Russia e Corea del Nord. È il palcoscenico principale è proprio la penisola coreana. Nella mattinata del 3 agosto, i media sudcoreani hanno dato notizia di un lancio di due razzi nordcoreani Rodong a media gittata. Il primo è esploso subito dopo, il secondo, invece, è riuscito a percorrere mille chilometri prima di cadere in acque territoriali giapponesi a 250 chilometri dalla costa della provincia di Akita, Giappone nord-orientale. È la prima volta che un razzo di questo tipo cade in zona economica esclusiva giapponese.

Per Seul il nuovo lancio viola le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che proibiscono a Pyongyang di sviluppare tecnologie balistiche. “L’atto della Corea del Nord costituisce una grave violazione delle risoluzioni”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri Jeong Joon-hee, che ha invitato il regime di Pyongyang a “concentrarsi sul miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini”.

Anche Tokyo ha condannato l’atto. Il primo ministro Shinzo Abe ha definito il lancio dei Rodong un atto “oltraggioso” oltreché una seria minaccia alla sicurezza nazionale. Martedì Tokyo ha pubblicato un libro bianco per la difesa in cui sottolinea che a dispetto delle sanzioni dell’Onu “il programma balistico nordcoreano ha fatto ulteriori progressi”. Per i vertici della difesa di Tokyo, dopo i recenti lanci a giugno e luglio, infatti, Pyongyang sarebbe in grado di colpire postazioni Usa nell’isola di Guam, Pacifico meridionale.

La gestione del dossier nordcoreano passerà alla nuova ministra della Difesa Tomomi Inada, nominata in seguito a un rimpasto di governo. Inada, fino a ieri a capo del dipartimento per le politiche dei liberal democratici, è considerata un “falco” per le sue dichiarate posizioni nazionaliste. Intanto, a marzo di quest’anno sono entrate in vigore nuove leggi di sicurezza nazionale che ampliano le capacità di intervento delle Forze di autodifesa all’estero in caso di conflitto, così come di “zone grigie”, in cui forze alleate sono oggetto di un attacco da parte di un paese terzo. Dopo le recenti elezioni per la Camera alta che hanno conferito una supermaggioranza al partito liberal democratico del premier Shinzo Abe, il governo giapponese si prepara a sottoporre al parlamento una proposta di revisione della Costituzione che doterebbe il paese di un esercito a pieno titolo.

Per la penisola coreana agosto è, almeno da un anno a questa parte, un periodo particolarmente “caldo”. Un anno fa, il 4 agosto 2015, l’esplosione di una mina antiuomo aveva ferito gravemente due soldati nella Zona demilitarizzata sul confine tra le due Coree. L’accaduto aveva riaperto una guerra a colpi di propaganda su entrambi i lati. Di lì a poco erano iniziate delle esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti che avevano coinvolto 80mila soldati. Il 20 agosto, poi, si era verificato uno scambio a colpi di artiglieria sul confine, senza gravi conseguenze. Corea del Sud e Stati Uniti avevano però deciso di fermare le esercitazioni e avviare un negoziato con la Corea del Nord, prevenendo un’escalation. Oggi, i vertici militari sudcoreani avvertono della possibilità che il Nord dichiari una zona di interdizione marittima sulle due coste del paese proprio in vista dell’inizio dell’ “Ulchi Freedom Guardian” — questo il nome dell’operazione congiunta Usa-Corea del Sud — in programma nei prossimi giorni.

Per i vertici nordcoreani queste sono esercitazioni “criminali” che prevedono un addestramento mirato all’uccisione dei vertici politici del regime. A fine luglio, dopo l’approvazione di sanzioni statunitensi dirette esplicitamente al leader nordcoreano Kim Jong-un per abusi sui diritti umani, Han Song-ryol, rappresentante della Corea del Nord a Washington, ha annunciato che il suo paese non cederà alle sanzioni e resisterà al “ricatto” degli Stati Uniti con i deterrenti offerti dal suo programma nucleare e balistico.

A distanza di un anno dall’escalation del 2015, questo nuovo lancio pare essere diretto in maniera più ampia alla presenza Usa nell’area. Al centro del contendere c’è l’attivazione del sistema anti missile Terminal High Altitude Area Defense (Thaad), di fabbricazione statunitense. Il sistema, di cui è già stata individuata la posizione geografica, a Seongju, nel sudest della Corea del Sud, è stato progettato per intercettare e abbattere missili ad un’altitudine compresa tra i 40 e i 150 metri e sarà operativo entro la fine del 2017. Nonostante le rassicurazioni della presidente sudcoreana Park Geun-hye sullo scopo esclusivamente “difensivo” del sistema, esso non piace né alla Cina né alla Russia che temono manovre di “contenimento” geopolitico e “intrusioni” nei rispettivi territori da parte dei radar. Allo stato attuale, dice Walter Clemens dell’Università di Harvard nel suo ultimo libro “North Korea and the World”, solo un maggiore sforzo diplomatico e di coinvolgimento della Corea del Nord in negoziati multilaterali potrà prevenire il rischio di un’escalation su scala regionale e globale.

Di Marco Zappa