Chiusure, precariato e fuga di talenti dalle fondazioni liriche. E’ questo lo scenario in vista per il settore, un colpo di grazia per un comparto già deve fare fronte a conti in rosso e carenza di pubblico. A destare le preoccupazioni degli artisti è un emendamento inserito nella legge di conversione del decreto enti locali, approvato alla Camera e ora all’esame del Senato. Due i passaggi più contestati del provvedimento. In primo luogo, il testo prevede di declassare a teatri lirico sinfonici le fondazioni che non rispettano determinati requisiti. Il problema è che, secondo gli addetti ai lavori, i criteri sono così stringenti che quasi tutte le realtà italiane perderanno la qualifica di fondazione e, con essa, buona parte dei contributi. E chi non raggiunge il pareggio di bilancio, aggiunge l’emendamento, dovrà “ridurre le attività” e trasformare i rapporti di lavoro del personale “da tempo pieno a tempo parziale”.

Secondo quanto disposto dal testo, infatti, un futuro decreto del governo stabilirà i requisiti che, al 31 dicembre 2018, le fondazioni devono possedere per essere inquadrate come “fondazione lirico-sinfonica” o relegate a “teatro lirico-sinfonico”.Ma quali dovranno essere questi criteri? L’emendamento parla “della dimostrazione del raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario, della capacità di autofinanziamento e di reperimento di risorse private a sostegno dell’attività, della realizzazione di un numero adeguato di produzioni e coproduzioni, del livello di internazionalizzazione, della specificità nella storia e nella cultura operistica e sinfonica italiana”.

Resta da capire se si tratta di richieste che nella pratica le realtà italiane possono soddisfare nel giro di due anni. “Le fondazioni liriche, per rimanere tali, devono avere requisiti praticamente quasi irraggiungibili – aggiunge Emanuela Bizi, segretaria nazionale Slc Cgil – Infatti, i requisiti chiesti sono gli stessi individuati dalle recenti norme per concedere la qualifica di ‘speciale’ alla Scala di Milano e all’Accademia Santa Cecilia di Roma“. Risultato: “A tutto il resto delle fondazioni liriche, che oggi sono quattordici, si infligge il declassamento in teatro lirico sinfonico, e non si assicura più né la partecipazione, né la vigilanza da parte dello Stato. Questa misura, di fatto, dispone la soluzione finale per la lirica italiana“.

Non a caso, infatti, lo stesso emendamento chiarisce che “l’eventuale mantenimento della partecipazione e della vigilanza dello Stato” nelle forme previste dalla legge “trovi applicazione esclusivamente con riguardo alle fondazioni lirico-sinfoniche”. Insomma, le realtà che saranno retrocesse a “teatri lirico sinfonici” perderanno un importante sostegno da parte delle istituzioni. Fondazioni a rischio sopravvivenza, dunque. E lavoratori a rischio precariato. “Le fondazioni che non raggiungano il pareggio di bilancio – si legge nell’emendamento – sono tenute a prevedere opportune riduzioni dell’attività, comprese la chiusura temporanea o stagionale e la conseguente trasformazione temporanea del rapporto di lavoro del personale, anche direttivo, da tempo pieno a tempo parziale”. Il testo giustifica la scelta con l’obiettivo di ridurre i costi e ritrovare l’equilibrio finanziario.

Ma questa versione non convince gli addetti ai lavori. “Questo decreto vuole trasformare i lavoratori del settore in precari e stagionali – afferma Enrico Sciarra, segretario nazionale Fials Cisal – Il testo ricalca le richieste delle associazioni delle imprese di categoria”. Il riferimento è alla proposta di legge avanzata dalle sigle Agis e Federvivo. “Uno degli assiomi del Codice dello spettacolo dal vivo dovrà essere la stagionalità del lavoro – si legge nel documento – Agis e Federvivo chiedono che venga ribadita la natura stagionale del lavoro con l’agevolazione di forme contrattuali flessibili“. Il finale obbligato, secondo le sigle sindacali, sarà l’esodo dei talenti all’estero. “Un pacchetto avvelenato, insomma – conclude Bizi – che produrrà la fuga delle eccellenze artistiche e tecniche dal territorio italiano verso Paesi che sanno valorizzare i talenti, mentre a chi resta non rimarrà altra possibilità che accettare contratti di lavoro precari”.

“La solita norma, infilata in leggi che diventano omnibus, è occasione, per chi vuole la morte del settore, di inserirci disposizioni strampalate”, chiosa un comunicato delle sigle Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Fials Cisal. E Sciarra aggiunge: “Da anni aspettiamo una riforma dello spettacolo. Il ministro Dario Franceschini aveva promesso un nuovo Codice dello spettacolo, ma non abbiamo visto nulla. In compenso, il governo ha deciso di disfare tutto un settore, facendo morire più fondazioni possibili”.