Ho visto tanto, in tanti anni di Medio Oriente. Ma se penso alle donne arabe, di istinto penso solo a queste donne dietro la finestra, la mattina, mentre tu, straniera, libera, ti vesti e vai via: e loro invece restano lì, in casa. Tutto il giorno. Dietro una finestra, a sbirciare il mondo giù in strada attraverso una tenda appena scostata. Tutto il giorno. Tutti i giorni, tutta la vita. Poi però una volta, ad Aleppo, ci siamo ritrovati nel mezzo di un’offensiva dell’esercito.

I soldati di Assad erano a poche centinaia di metri, ormai, rastrellavano di casa in casa. Bisognava andare via. Subito. Ma come? L’unica strada era controllata dall’Isis. Mentre gli uomini, nervosi, ripetevano solo “Dio sa cosa fa, Dio sa cosa fa”, è comparsa alla porta la moglie del mio interprete, al settimo mese. Pronta. La borsetta in mano. Ha detto: “Andiamo“. La guerra non è cosa da femmine, le hanno detto. Taci. Lei ha detto: “Finora avete deciso voi, e guardate che disastro. Oggi decido io”. E mi ha tirato via. E a ogni checkpoint, decine di checkpoint, ha finto di svenire, e con un’arma puntata addosso, prima che potessero chiedermi i documenti, ha mostrato i suoi, e ha detto: “Chi possiamo mai essere? Lui è mio marito, lei è mia sorella. Presto, sto male, presto”. Al confine con la Turchia, dopo 80 chilometri di bombardamenti, le ho detto: “Vieni anche tu”. Mi ha detto: “E’ Assad che deve andare via, non io”. Ed è tornata ad Aleppo. A sbirciare la vita, giù in strada, dietro la sua finestra. Aveva 17 anni.

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© Newsha Tavakolian, foto scattata a Mahmudabad, Iran, 2011

Mi chiedono spesso di scrivere di donne e Islam, ma dopo tanti anni, onestamente, non ho un’opinione precisa. Credo sia per questo che sono tre mesi che mi sveglio, io che detesto occuparmi di donne, perché temo sempre di finire in un ghetto, perché agli uomini nessuno chiede mai di scrivere di uomini – mi sveglio, e come prima cosa, invece, guardo su Repubblica la nuova intervista di Concita De Gregorio: mille donne, un video al giorno. Una serie che si chiama Cosa pensano le ragazze. Perché sono semplicemente mille donne. Donne di ogni tipo, nient’altro. Mille storie. Senza tesi, senza teorie da dimostrare. Senza la pretesa di spiegare, di riassumere. Di arrivare a una conclusione, in questi tempi di like, invece, di reazioni, di commenti: in questi tempi di comodità dell’opinione senza la scomodità del pensiero.

Perché poi, anche se mi giustifico dicendo che scriverò di donne e Islam quando avrò più esperienza, quando sarò stata anche in Afghanistan, in Iran, in Mali, la verità è che non ho un’opinione sulle altre, sulle musulmane, perché non ho un’opinione su di me. Su di noi. Una cosa mi colpisce più di tutte, di queste mille donne. Due frasi ritornano sempre: “Più stai zitta e meglio è“, “Come parli, sbagli“. Questo dipendere completamente non solo dallo sguardo maschile, ma dalla presenza maschile: per cui, per non perdere un uomo, ma anche, più in generale, gli amici, gli altri, per essere accettate siamo disposte a non essere noi stesse.

Tutte vorrebbero cambiare qualcosa del proprio corpo, ma l’insicurezza, in realtà, è molto più profonda: è questo starsene in un angolo, al proprio posto, disciplinate, pur di stare. Anche Clara, che conduce un programma radio sul sesso, ti dice: è stato complicato capire questa cosa del piacere: “Cioè, che non dovevo solo far piacere all’altro ma anche chiedermi cosa piacesse a me”. Complicato collocarsi al centro della propria vita. Persino per lei, alla fine, è tutto ancora un calibrare i centimetri. “Se ti vesti sobria sei una suora, se ti vesti scollata sei una zoccola. Tutta una vita a schivare sguardi, giudizi“.

Fino a Bianca che dice: “E’ colpa mia”, e non si sente mai all’altezza. “Di cosa? Ma come di cosa”. Sono figlia di una femminista, sono cresciuta in un ambiente di completa uguaglianza. E quindi non mi sono mai occupata di donne, convinta, anzi, che non occuparmene fosse la prova della battaglia vinta per me da mia madre: l’uguaglianza non ho bisogno di discuterla, la pratico. Fino a quando però non mi sono ritrovata non tra gli arabi, ma tra i maschi occidentali, e soprattutto italiani, in quello che è per per eccellenza il regno degli uomini: la guerra, tutta cordite e testosterone.

A ogni esplosione, stanno lì a dirti: “Hai sentito?”, come se fosse possibile non sentire, mentre in una nuvolona di polvere ti crolla davanti un palazzo. Ma loro ti dicono: “Hai sentito?”, come a dire: “Sei qui perché non ti rendi conto di dove sei”. E non puoi mai dire di no. Mai. Neppure quando insistono per scattarsi il selfie insieme a te e alla bandiera dell’Isis: e cioè con un cecchino alle tue spalle. E tu dici: “Ma magari un’altra volta, scusa, è tardi”, e ti dicono: “Ma che, hai paura?” E ridono. Ti dicono: La guerra non è cosa da femmine. In continuazione. La guerra non è cosa da femmine.

Poi quella astemia, quella che la sera sta lì a studiare invece che a bere, quella che non si riempie di anfetamine sei tu. Ma ti prendi il tifo, e dicono che vomiti perché sei fragile. Non chiamano il medico ma lo psicologo. Ti telefonano che sei in partenza per lo Yemen, per l’Iraq, e ridono. Ti dicono: “Ma stai a casa. Ma scrivi un romanzo”. Ti dicono: “Ma quando la smetti di fuggire da te stessa?” Perché se sei una giornalista di guerra, è ovvio: hai problemi personali. E vorrei dirvi che me ne frego, che sono più forte di tutto questo, e invece non ho voglia di parlarne: perché penso che parlarne sia un’ammissione della sconfitta. Perché poi nel mio bagaglio, insieme all’elmetto, non manca mai un tacco 12, e mai starei senza trucco.

Davvero, come dico, per rispetto a chi ho davanti? A chi incontro, a chi intervisto? O forse perché so che è questo quello che vogliono da me, che questo è il mio posto, se voglio stare qui, giovane e in minigonna e senza mezzo chilo in più? Perché non dico mai che anche i maschi, la sera, sarebbero molto più sexy senza quella loro roba informe da Indiana Jones?
E in questo esatto momento, sto pensando: perché sto scrivendo questo pezzo? Perché non sto zitta?

Come parlo, sbaglio. Perché la verità è che ancora oggi, come Viola, tu puoi anche divertirti a impastare la calce con tuo nonno, e pensare che da grande costruirai case, ma ti insegnano che no: le ragazze si sposano, non stanno in cantiere. E magari finisci davvero a costruire case: però intanto sei cresciuta pensando che il tuo posto era fare la commessa. La cassiera.
Perché siamo libere, non siamo mica come le musulmane, e però, ancora oggi, finiamo picchiate, e uccise e bruciate vive. Ancora oggi leggiamo di uno stupro sul giornale, e ci riscopriamo a pensare: “Sì però. Un po’ è colpa sua”.

Le donne più forti, in queste interviste, sono quelle che ti aspetti più fragili. Jasmine, siriana, che racconta come se niente fosse il suo viaggio fino in Europa. O Zahra, iraniana, derisa per via del velo da italiane prigioniere di marito e figli, e che torna a Teheran, e si sposa, ma per continuare a studiare, non per chiudersi in casa, non per sottomettersi alla volontà del padre ma per sfidarla, e sfugge a ogni classificazione, ogni stereotipo: sta alla forma per difendere la sostanza, rispetta la tradizione per cambiarla. Fino a Esa, 82 anni. Che ti dice: “Non c’è obbligo”. Una che non ha studiato, una che sembrava condannata a una vita dietro una finestra, dentro un matrimonio sbagliato, e invece ha cresciuto le figlie e poi è andata in paese a imparare un mestiere, e ora guida la jeep e dice solo: “Perché non si poteva, a quel tempo, ma a volerlo si poteva”. Non c’è obbligo.

Perché poi, in realtà, non si è mai solo donne e basta. Contano molte altre cose. Conta soprattutto, ancora, la classe sociale. Giusy ha 11 anni, vive allo Zen, e se avesse dei soldi comprerebbe dei mobili. E vorrebbe solo andare via. “In una città lontana. Tipo a Londra, o a Taranto“. Perché la povertà limita non solo quello che fai, ma quello che sogni. Quello che pensi sia possibile.
E per questo queste interviste sono così belle, e così importanti. Senza tesi, senza teorie da dimostrare: ti lasciano con due domande dove prima ne avevi una sola, nient’altro, in questi tempi di opinioni facili e veloci, in questi tempi di risposte, di schemi, di certezze – qui l’emancipazione, lì l’oppressione. Sono in Italia in questi giorni, vestita, al solito, tutta di nero, e tutti mi dicono: “Guarda che qui sei libera. Qui non c’è l’Islam”. Non è l’Islam: è che sono sempre in viaggio, tutto nero è più semplice in lavatrice.