L’estate cinematografica italiana è spesso protagonista di ripescaggi di film sfuggiti alla distribuzione nelle stagioni passate e questa volta è il turno di due gioielli che meritano assolutamente di essere visti: Tom à la ferme, presentato a Venezia nel 2013, e It follows del 2014.

Tom à la ferme, di Xavier Dolan

Tom à la ferme è probabilmente il film meno immediato e appariscente di Xavier Dolan, ma personalmente rimane la sua opera più complessa e oserei dire anche la più adulta. Questa volta il talento più cristallino e promettente del cinema moderno rimane lontano dagli slanci emotivi ed estetizzanti che solitamente contraddistinguono il suo cinema e si addentra in una selva inquietante piena di insidie. Partendo da una pièce di Michel Marc Bouchard, esamina come il dolore e le pulsioni sessuali si possano avvolgere intorno reciprocamente, fondendosi insieme tra paura e desiderio. Dimostra un’abilità hitchcockiana nel manipolare lo spettatore e nel deviare sempre l’attenzione verso direzioni inaspettate, quasi fosse consapevole della necessità di esplorare nuovi territori.

Questo è un film in grado di combinare la tensione psicologica con atmosfere visive e sonore che lottano tra fascino e mistero e danzano tra attrazione e terrore. E’ un thriller che si muove tra i generi e che mostra la sua massima forza nell’esacerbare l’angoscia creando un’intrigante ragnatela di rapporti umani tra caratteri emotivamente complessi, in cui ognuno dei tre vertici di un particolare triangolo funge da chiave di volta nell’influenzare i movimenti complessivi degli altri. Un groviglio intricato di suspense che invece di sciogliere i propri nodi, culmina in un finale splendido ancor più irrisolto, in cui il senso di incompiutezza diventa il gesto filmico più compiuto. Questo ragazzo ha un dono, un dono che si chiama cinema.

It follows, di David Robert Mitchell

Il sesso come atto iniziatico di peccato e orrore; uno sguardo filmico capace di cogliere e diventare esso stesso orrore, tornando finalmente ad essere il vero protagonista di un horror. Uno sguardo che spia, pedina e uccide, fatto di campi lunghi e oggettive inseguite dalle soggettive di un ignoto terrorizzante.
Mitchell assorbe e rielabora le lezioni dei grandi maestri del genere, da Carpenter e Kubrick fino ad arrivare a Romero, senza rimanerne mai succube; dimostra anzi una grande padronanza del mezzo nella gestione chirurgica dei tempi e degli spazi e denota una propria personalità immaginifica contaminando il suo film con alcune suggestioni visive meravigliose, figlie dell’universo fotografico di Gregory Crewdson.

Se a una prima visione It follows sorprendeva per la propria capacità di riscrivere nuove coordinate orrorifiche, alla seconda si conferma un viaggio nella paranoia complesso e interessantissimo.