Giuseppe Amato, l’attuale procuratore capo di Trento, è stato designato all’unanimità dal Csm per dirigere la procura della Repubblica di Bologna. Il posto era vacante da un anno esatto, da quando cioè Roberto Alfonso aveva lasciato l’Emilia-Romagna per andare guidare la procura generale a Milano. Amato, che ha 56 anni, da almeno un mese era virtualmente il vincitore della selezione: la commissione incarichi del Consiglio superiore della magistratura lo aveva infatti già indicato a inizio giugno e anche in quel caso all’unanimità.

Esponente di spicco di Unicost, corrente “centrista” dell’Associazione nazionale magistrati, Amato ha messo d’accordo tutti e ha battuto la “concorrenza” di altri 23 candidati, alcuni dei quali con un curriculum di tutto rispetto: tra questi spiccavano i nomi dei magistrati antimafia Nino Di Matteo e Maria Teresa Principato. In corsa c’erano anche Sergio Sottani che guida la procura di Forlì e Paolo Giovagnoli, capo a Rimini. Senza dimenticare i due candidati “interni”, che già lavorano da molti anni a Bologna: gli aggiunti Massimiliano Serpi (che in questo anno è stato reggente) e Valter Giovannini.

Giuseppe, romano di origine, è figlio di Nicolò Amato, che dal 1982 al 1993 fu a capo del Dap, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, e fu fautore della linea dura sul regime del 41 bis contro i mafiosi.

Giuseppe, dopo aver lavorato come sostituto procuratore distrettuale antimafia a Roma, era stato nominato a guidare gli uffici di Pinerolo per poi approdare, nel 2012, in Trentino. Qui, a novembre del 2015, a pochi giorni dagli attentati di Parigi, aveva fatto molto discutere la decisione della sua Procura di scarcerare sette presunti jihadisti, dopo che un’inchiesta su una cellula terroristica di Bolzano era passata per competenza da Roma a Trento.

A chi criticava la decisione (in realtà per altri 10 indagati furono confermati gli arresti) Amato spiegò che un magistrato segue la legge, non le emozioni del momento: “La legge è uguale per tutti, anche per soggetti chiamati a rispondere di fatti di questo tipo. Non processiamo manifestazioni verbali o ideologie, a meno che non si tratti di livelli concretamente istigatori, ma il reale pericolo della commissione di atti di terrorismo. E certo le emozioni per fatti gravissimi come quelli di Parigi colpiscono tutti come uomini, ma nel lavoro del magistrato è ingiusto e non rispettoso farsi guidare da queste”.