Lasciati soli sul ciglio dell’autostrada, in un parcheggio vuoto, in mezzo a un campo, legati col guinzaglio a un palo della luce. E poi destinati alla morte, oppure a mettere a rischio la sicurezza degli esseri umani. È questo il destino di migliaia di animali da compagnia, che ogni anno, con l’arrivo delle vacanze estive, vengono abbandonati. Un fenomeno che in passato riguardava soprattutto i cani, spiega l’Enpa, l’Ente nazionale per la protezione degli animali, “ma che oggi sta cambiando pelle”. Tra l’obbligo dotarli di microchip e le sanzioni stabilite dal Codice penale per chi li abbandona, infatti, “i cani finiti in canile negli ultimi anni sono diminuiti, passando da 350mila nel 2012 a 100 mila nel 2015 – racconta Marco Bravi, presidente del Consiglio nazionale dell’Enpa – in compenso, però, è cresciuto esponenzialmente il numero degli altri animali da compagnia abbandonati, come gatti, criceti, cincillà, topi cavia o tartarughe, meno tutelati e regolamentati. Quindi l’emergenza resta alta”. Ed è per questo che l’Enpa, il 2 e il 3 luglio, è in 90 piazze italiane per sensibilizzare la popolazione sui rischi legati all’abbandono dei propri animali. In dono per chi parteciperà all’iniziativa, il Kit del viaggiatore bestiale fornito dall’azienda Record, con salviette profumate, ciotola tascabile e spazzola adesiva, più il codice per scaricare la Guida per i viaggiatori a 6 zampe. “Il contrasto agli abbandoni, e dunque al randagismo, passa non soltanto attraverso la repressione di quello che, è bene ricordarlo, è un reato – sottolinea l’ente – ma soprattutto attraverso la sensibilizzazione e la responsabilizzazione dei cittadini, proprietari di animali e non”.

Il destino di un animale abbandonato, ricorda infatti Bravi, è lo stesso, sia che si tratti di un cane, sia che si parli di un criceto. E non importa nemmeno quale sia il luogo di abbandono, un campo fuori città, un laghetto, o il ciglio della strada. “È come se noi persone civilizzate di punto in bianco decidessimo di andare a vivere nella giungla armati solo di una lancia: sapremmo forse cacciare e procurarci il cibo necessario alla sopravvivenza? Non credo proprio. Abbandonare il proprio gatto fuori città, in un bel prato, lontano dalle strade trafficate, per fare un esempio, magari ci permette di attenuare il senso di colpa, ma in realtà lo stiamo condannando a morte”.

E se le normative sono meno stringenti quando si parla di felini, storicamente considerati derattizzatori naturali e perciò meno tutelati dei cani, o di altre specie da compagnia, i problemi che l’abbandono causa alla collettività restano. Molti animali, infatti, non vengono sterilizzati e se sopravvivono una volta abbandonati c’è la possibilità che si riproducano. “Una sola coppia di gatti, ad esempio, in cinque anni può generare oltre 4.600 nuovi felini – fa i conti Bravi – e se consideriamo che oggi il gatto sta diventando l’animale più popolare nelle case degli italiani per via della sua autonomia, tanto che entro il 2020 si prevede che avremo adottato più gatti che cani, è facile immaginare a quale tipo di emergenza si vada incontro se non interveniamo sugli abbandoni”.

Poi c’è la questione sicurezza. In Italia, ogni anno, secondo l’osservatorio dell’Enpa, oltre 4.000 incidenti stradali sono causati da animali che vagano liberi per le strade. “Ai più egoisti vorrei ricordare questo dato: abbandonando mettete a rischio anche le altre persone”.

Senza contare chi si libera di animali che sono innocui solo in apparenza. “Proprio la settimana scorsa siamo intervenuti per recuperare una tartaruga azzannatrice che era stata abbandonata in un’area urbana: una tartaruga che nell’aspetto somiglia a tutte le altre, quindi è carina da guardare, sembra tranquilla, solo che sviluppa una mandibola capace di spezzare in due il manico di una scopa con un solo morso. Immaginate un bambino che le si avvicina”.

La campagna di prevenzione e sensibilizzazione dell’Enpa, quindi, non è rivolta solo ai proprietari di animali, ma anche a potenziali testimoni. “Abbandonare è crudele, comporta un costo sociale e costituisce un rischio per tutti. Qualche progresso, a livello culturale, rispetto al passato come Paese l’abbiamo fatto, ma il fenomeno continua a rappresentare un problema che va affrontato”.