Impasse per la Corte Suprema americana, che con quattro giudici a favore e quattro contrari ha di fatto bloccato la riforma sull’immigrazione del presidente Obama. Nelle votazioni di giovedì 23 giugno, infatti, i giudici si sono divisi a metà a causa della mancata elezione del nono membro dopo la morte di Antonin Scalia: la conseguenza è che le misure rimangono bloccate, restando invece in vigore le decisioni contrarie alla riforma prese qualche mese fa, quando la Corte d’Appello del quinto distretto, con sede a New Orleans, accolse il ricorso presentato da 26 governatori repubblicani di altrettanti Stati (capeggiati dal Texas) contro il decreto presidenziale.

La recente decisione della Corte Suprema lascia così nel limbo quasi 5 milioni di immigrati senza documenti: il piano del presidente degli Stati Uniti, risalente al 2014, prevedeva infatti la regolarizzazione di quegli irregolari che si trovano negli Usa dal 2010, che non hanno commesso seri reati e che negli Stati Uniti hanno legami familiari, evitando il rimpatrio forzato di migliaia di residenti senza documenti (i cui figli sono nati negli Stati Uniti) e la concessione di permessi di lavoro.

Per questo Obama, parlando in diretta tv dalla Casa Bianca, ha definito la spaccatura della Corte Suprema sull’immigrazione “una situazione infelice“, che “non solo fa arretrare ancor di più il sistema, ma ci porta più lontano rispetto a dove il Paese aspira ad essere”. Il presidente ha quindi puntato il dito contro i repubblicani, accusati di non aver permesso il voto su una riforma complessiva in Congresso: una situazione che, come ha detto, lo ha costretto a usare i suoi poteri esecutivi varando dei decreti. Obama ha dunque sottolineato che “l’immigrazione non è un qualcosa di cui bisogna avere paura: non dobbiamo erigere un muro tra noi e quelli che non ci assomigliano o non pregano come noi o hanno nomi diversi”, facendo presente come una riforma dell’immigrazione “è necessaria subito, ora. L’America è un Paese di immigrati, ma per oltre due decenni il nostro sistema sull’immigrazione non ha funzionato”.

Obama ha poi fatto notare che quanto accaduto in seno alla Corte Suprema è la dimostrazione del perché sia necessario non rinviare più la nomina del nono giudice: il presidente degli Stati Uniti ha infatti definito “frustrante” lo stallo “per quelli che cercano di far crescere la nostra economia e razionalizzare il nostro sistema dell’immigrazione, permettendo alle persone di uscire dall’ombra”. D’accordo con lui anche la candidata alla nomination democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton, che ha dichiarato: “Lo stallo alla Corte Suprema è inaccettabile e mostra a tutti noi quanto alta è la posta in gioco in queste elezioni”.

Poche ore prima che cadesse nell’impasse, la stessa Corte Suprema degli Stati Uniti aveva confermato l’adozione di “quote razziali” nelle università statali americane, respingendo un ricorso presentato da Abigail Fisher, una ragazza bianca a cui nell’autunno 2008 fu negato l’ingresso fra le matricole dell’University of Texas. Fisher fece causa all’ateneo statale, reo a suo dire di selezionare i suoi studenti anche in base alla razza, accusando l’università di averle “negato l’ammissione in favore di studenti di colore e ispanici meno qualificati di me”.

La legge texana mira a garantire alle minoranze – dagli afroamericani agli ispanici ma non solo – un equo accesso agli studi universitari. Se infatti i 3/4 delle matricole dell’Università del Texas vengono scelti fra gli studenti più meritevoli delle high school dello Stato, il restante quarto degli studenti del primo anno vengono selezionati anche in base a fattori come la razza. Nel motivare il verdetto, ben diverso da quanto aveva deciso nell’aprile 2014 per gli elettori del Michigan, la Corte Suprema ha sostenuto che la politica dell’Università è legale per via dell’Equal Protection Clause (quattordicesimo emendamento della Costituzione Americana): “Rimane una sfida costante per il nostro sistema educativo conciliare la diversità con i dettami costituzionale di equo trattamento e dignità”, ha motivato la Corte.

 

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